Fibronit, oggi primi verdetti La difesa: altri i responsabili
BRONI Oggi attesi i primi verdetti al processo Fibronit per le morti da amianto. Si tratta del primo troncone della vicenda giudiziaria, che si riferisce al procedimento abbreviato nei confronti degli ex amministratori Claudio Dal Pozzo, 74 anni, di Roma e Giovanni Boccini, 74 anni, di Alessandria, entrambi imputati di disastro doloso. I legali dei due imputati, Gianfranco Ercolani per Boccini e Pietro Folchi Pistolesi per Dal Pozzo, hanno sostenuto per i loro clienti, un «diverso coinvolgimento rispetto agli altri otto imputati del processo» che si celebrerà con rito ordinario al Tribunale di Voghera.Ercolani, per conto di Boccini, sottolinea: «La Fibronit ha iniziato a lavorare negli anni '50, sino alla fine degli anni '70 trattando l'amianto come se fosse cemento, materia prima che pensavano provocasse sono l'asbestosi e non altre patologiue. La fabbrica si è costituita nell'80, e Boccini è arrivato nell'87, quando ormai era stata dotata degli impianti più avanzati così da poter lavorare l'amianto nel modo più sicuro possibile. Purtroppo, però, nessuno ha saputo dire quale sia la dose minima di amianto che determina la malattia, quindi non è giusto che si imputino a noi morti che derivano da superficialità e non conoscenza che a noi non appartengono». Secondo Ercolani «le criticità della Fibronit interessano quindi il decennio precedente all'arrivo di Boccini e Dal Pozzo. Anche Folchi Pistolesi tiene a mettere in chiaro la posizione del proprio cliente. «Dal Pozzo era amministratore puramente formale – spiega –, non ha mai fatto nulla che riguardasse la reale amministrazione della struttura: delibere modalità di costruzione che potessero essere legate a normative sulla salute, perchè faceva solo il venditore di tubi di eternit a Roma. Per la precisione Dal Pozzo era direttore di una "Union Tubi" che raccoglieva anche altre ditte . Era entrato a far parte del consiglio di amministrazione di Fibronit nell'86, e ne era uscito nel '90. Recenti sentenze, invece, richiedono per avere una responsabilità effettiva e concreta, la gestione dell'azienda». Diversa la ricostruzione dell'accusa che ha chiesto sette anni di reclusione per entrambi gli imputati sostenendo il nesso di causalità tra la dispersione delle fibre in atmosfera e l'insorgenza di malattie legate all'amianto. Le numerose parti civili costituite al processo hanno chiesto risarcimenti per circa 80 milioni. Oggi la parola passa al giudice per la sentenza.(d.z.)