«Spero che la sentenza serva a impedire che capiti ancora»
PAVIA «Temevo che non mi avrebbero creduto: in aula ho sentito dire dalla difesa che era tutta una montatura, hanno detto che noi ragazzi siamo dei bugiardi. Ma alla fine è stata fatta giustizia e spero che questo possa infondere coraggio, nella denuncia, a chi si trova in una situazione come la mia». Tiziano (il nome è di fantasia, per tutelare la vittima) oggi ha 24 anni. Ne aveva 19 quando, in una camera d'albergo di Rimini, mentre era via per un seminario, ha capito che la sua vita non sarebbe stata più la stessa. Era il 2007. Il giovane ha aspettato il 2011 per denunciare i fatti di quella sera, quando, secondo quanto ricostruito dal processo, era stato attirato nella camera del sacerdote, di don Gabriele Corsani, e molestato. Dal processo di primo grado ha avuto ragione. «Ma non è stato facile affrontarlo, per me – dice il ragazzo, affiancato dal suo avvocato Monica Gnesi –. Non è stato facile ripercorrere certi momenti e, alla fine, sentirsi dare del bugiardo. Fa male non essere creduti. Di me e di altri ragazzi hanno detto che ci eravamo inventati tutto, che dicevamo solo falsità. Questo mi è molto dispiaciuto, ma il pubblico ministero e anche il mio avvocato, che si sono sempre fidati di me, hanno detto al contrario cose molto belle, di cui voglio ringraziarli». Rifarebbe quello che ha fatto? Denuncerebbe ancora sapendo quali ostacoli offre un processo del genere? «Sì, mille volte – risponde il giovane –. Anzi, sono pentito di non avere denunciato prima. La denuncia l'ho fatta solo quattro anni dopo. Perché così tardi? Nel 2007 stavo attraversando un periodo difficile, non è stato facile, per me, tirare fuori certe cose. Alla fine ho capito che la cosa migliore da fare era denunciare. L'ho fatto perché non voglio che il sacerdote possa più fare male ad altri giovani. Voglio evitare che quello che è capitato a me possa capitare ancora ad altri ragazzi. La sentenza può dare coraggio a chi è vittima di queste vicende». Un effetto la sentenza di lunedì pomeriggio, pronunciata dal giudice di Rimini, l'ha già avuto: la trasmissione degli atti alla procura di Pavia e l'avvio di un'altra indagine. «Su questo ovviamente ci riserviamo ogni considerazione – dice l'avvocato Gnesi –. Seguiremo con attenzione le indagini, come pure restiamo in attesa delle motivazioni della sentenza di primo grado. A nostro avviso, una sentenza che pesa come un macigno perché potrebbe spingere anche altri a denunciare episodi simili a quello di cui è stato vittima il mio cliente». (m. fio.)