Calzaturiero, perse trenta aziende
di Anna Ghezzi wVIGEVANO Distretto di Vigevano, in quattro anni le imprese registrate alla Camera di commercio nel settore calzaturiero e meccano-calzaturiero della zona sono calate del sette per cento: nel 2009 erano 437 tra Vigevano, Parona, Gambolò, Cilavegna e Cassolnovo nel 2012 ne risultavano 30 in meno. Nel settore calzature, componenti o accessori sono passate da 352 a 328, nel settore meccanico da 85 a 79. Il picco negativo a Vigevano (-9%), a Gambolò invece crescono le imprese registrate (+23%). «Piccoli numeri, il settore nel complesso ha tenuto bene» dice Stefano Bellati, presidente Confartigianato Lomellina. Dall'osservatorio dell'associazione emerge che il settore moda nel primo trimestre 2013 ha tenuto sia come numero di imprese che come volume d'affari, mentre le aziende artigiane meccaniche hanno visto un calo del 12 per cento. Inoltre, mentre la richiesta della cassa in deroga per gli artigiani della meccanica in Lomellina è cresciuta del 331,59% rispetto ai primi tre mesi dell'anno scorso (chieste quasi 3500 ore), il settore moda vede un calo del 32,60% nelle richieste rispetto all'inizio dell'anno scorso. «I nostri 20 calzaturifici vigevanesi hanno retto bene, mentre nel meccanico la situazione è delicata – avverte Bellati – Per evitare una stagnazione o una lenta agonia occorre portare il lusso a Vigevano: per questo a settembre sigleremo l'accordo con la London school of fashion, i cui stilisti produrranno qui le scarpe per le sfilate». In più, avverte Bellati, «occorre vincere la sfida del ricambio generazionale come ha fatto La Thuile, in cui con l'ingresso del figlio che parla inglese e partecipa alle fiere ha portato nuovi affari, e ora gli stivali da 300 euro prodotti qui si vendono nelle nelle boutique francesi». Massimo Martinoli, titolare del calzaturificio Caimar, dove si produce per i grandi marchi, conferma: «Non ci sono state grosse perdite dall'inizio della crisi in termini di imprese industriali. Non tanto perché siamo più bravi, ma perché eravamo già stati decimati negli anni Novanta. Ora hanno sofferto soprattutto le piccole». Lo mostrano i numeri, lo conferma Martinoli, che con 60 dipendenti e un indotto di altri 40 lavoratori produce 90mila paia di scarpe l'anno che esporta al 99% da 50 anni e fattura quasi 9 milioni di euro, senza aver fatto un'ora di cassa integrazione dal 2009: «Nel 2011 è cominciata una lenta ripresa, che ora si fa sostenuta. Scordiamoci l'industria da 500 persone, ma l'alta qualità ci garantisce la sopravvivenza, se sapremo adattarci come abbiamo sempre fatto». Mavi Brustia, piccola imprenditrice e componente di Confindustria Vigevano lascia alle spalle il pessimismo: «Trenta aziende in meno dal 2009? Qualcuno ha chiuso per mancanza di ricambio generazionale, qualcuno per la crisi: ma il distretto è un'eccezione in provincia, tiene bene grazie alla qualità di calzature e di macchine. Alcune imprese hanno ridimensionato il numero di addetti, favorendo i pensionamenti e ricorrendo a esuberi, ma la maggior parte dei licenziati ha trovato una collocazione nell'indotto, che ha visto crescere gli addetti». E il meccano calzaturiero? «Resta sempre la difficoltà di fare previsioni – afferma Brustia – gli ordini arrivano all'improvviso, incostanti. E dunque si continua a chiedere la cassa, anche se poi magari non si fa». Anna Colombo, che fino ad aprile ha seguito per la Cgil il settore ora di Michele Fucci, nota i segnali positivi: «Al di là della cassa ordinaria e di qualche aziendina che ha chiuso, le realtà solide del vigevanese tengono: sono1600 gli addetti, stabili negli ultimi 4 anni. Anche se magari hanno cambiato azienda».