L'eterno messaggio del buon samaritano
Il Vangelo di oggi si apre con una domanda:"Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?". È un dottore della Legge che provoca Gesù e gli espone i suoi dubbi. Gesù reagisce con una contro-domanda rimandandolo alla Legge di Mosè che di certo conosce. La risposta è semplice: amore di Dio e del prossimo. Il segreto per realizzare pienamente se stessi e raggiungere la felicità. Comandamento, o "norma primaria" che ogni azione, ogni gesto, ogni opera materiale e morale deve rispettare e a cui deve conformarsi. Sant'Agostino diceva "Ama e fa' ciò che vuoi!", facendo capire come tutto sia "in regola" se realizzato con amore. Non pare difficile. Eppure, Gesù è di nuovo interrogato: "E chi è il mio prossimo?". Per la tradizione giudaica, il concetto di prossimità si basava su legami di razza e di appartenenza al proprio clan. Ma Gesù allarga la prospettiva, la stravolge, e lo fa con la parabola del "Buon Samaritano". Di quell'uomo giacente sulla strada non ci vien detto se sia bianco o nero, ricco o povero, dotto o meno. Si narra la vicenda di ogni uomo. Ognuno portatore di un bisogno, destinatario di una azione. Il sacerdote e il levita non se ne curano, proseguono oltre. Giunge però un samaritano che soccorre quell'uomo, cioè chi gli è estraneo, forse nemico. La chiave del comportamento del Samaritano risiede in due verbi: "(lo) vide e ne ebbe compassione". La compassione provoca il "farsi vicino", il "patire-sentire con l'altro". Oggi abbiamo smarrito il senso di immedesimazione e siamo indifferenti verso le sofferenze altrui. "Abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell'atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell'altare: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo 'poverino', e continuiamo per la nostra strada". Così Papa Francesco, nell'omelia tenuta a Lampedusa. E ha aggiunto: "La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l'illusione del futile, del provvisorio, che porta all'indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell'indifferenza". Quanti vedono uomini disperati, tristi, inconsolabili e passano oltre? Non basta capire cosa si intenda per prossimo, "chi ha avuto compassione di lui". Bisogna mettere in atto la Parola: "Fa' questo e vivrai". Tutti siamo chiamati ad evitare alibi per defilarci e rifiutare l'altro. Siamo invitati a praticare quell'amore che, pur nella condizione della fragilità umana, è punto di incontro con Dio nella speranza della vita eterna. * presidente Azione Cattolica interparrocchiale di San Sebastiano Curone