Famiglia sotto sfratto, lui è malato
PAVIA Lei lavora part time a 600 euro al mese, lui faceva il cuoco a 2mila euro al mese ma da un anno, ma da quando il diabete è peggiorato portando con sé una serie di effetti collaterali non ha più un lavoro. E un anno fa hanno smesso di pagare l'affitto della casa di città Giardino in cui vivono con il loro bimbo di sette anni. «A luglio dell'anno scorso abbiamo smesso di pagare l'affitto, 730 euro al mese – dice Roberta Stuppia, 45 anni – ma io con il mio lavoro da colf a 20 ore alla settimana ne porto a casa 600. Finché avevamo i risparmi ce l'abbiamo fatta, poi basta. A gennaio la prima udienza per lo sfratto, all'ultimo accesso l'ufficiale giudiziario ci ha concesso una proroga di 15 giorni: ma la casa popolare ce la potrebbero dare a novembre, non prima ci hanno detto in Comune». Il suo compagno, Luca Capuozzo, faceva il cuoco, ma ora non riesce più: «Devo fare l'insulina tre volte al giorno, dopo non riesco a stare in piedi. Mi hanno proposto di stare al dormitorio comunale tra lo sfratto e l'assegnazione della casa, ma con la mia patologia non so come fare: lì posso stare solo dalle 20 alle 8, il resto del giorno non ce la faccio a stare fuori, senza un lavoro né un posto dove stare». Per la compagna e il bimbo il Comune, subissato da richieste di aiuto, è riuscito a trovare una stanza al Centro di aiuto alla vita: «Sono 400 euro al mese – dice la mamma – 200 le pagherò io, 200 il Comune. Sperando che poi la casa arrivi. Ma io come faccio a stare lì sapendo che il mio compagno malato, invalido al 67%, è per strada e non ha un posto dove andare?». La domanda per la casa popolare l'ha fatta due anni fa, è 349° in graduatoria ma ora potrebbe rientrare nella graduatoria degli sfrattati. «Non sappiamo davvero cosa fare – dicono i due – non abbiamo più i genitori, le nostre famiglie di origine, i nostri fratelli sono lontani. Se solo qualcuno avesse una casa vuota potremmo pagare per qualche mese 200-300 euro, e avere un tetto fino a novembre. Lo sappiamo che non c'è posto, che il Comune deve affrontare tante domande, ma noi prima di oggi non abbiamo mai chiesto nulla, eravamo una famiglia modello, con due stipendi e una vita normale». «Ogni giorno ci sono situazioni disperate – spiega Pierluigi Albetti del Sunia Cgil –. Ormai i piccoli Comuni danno ai loro cittadini una lettera in mano e li mandano a Pavia a chiedere aiuto. Ma non ci sono soluzioni». anna_ghezzi ©RIPRODUZIONE RISERVATA