Crisi del riso, arrivano i tagli

CASTELLO D'AGOGNA Nunzia De Girolamo ha dato forfait. Il ministro dell'Agricoltura era attesa al convegno «La filiera del riso fra agricoltura e industria», all'Ente risi, ma non si è presentata per «motivi di salute». Chi c'era invece ha sentito gli imprenditori risicoli e gli agricoltori discutere della possibilità che il prezzo di un chilogrammo di Carnaroli, il re dei risi da risotto, salga alle stelle (oggi costa 2,50 euro) per compensare la riduzione dei contributi della Ue e la concorrenza. Ciò potrebbe succedere se il Sud-est asiatico immetterà migliaia di tonnellate di riso sui mercati europei. In sala c'erano gli stati generali della risicoltura, che poggia in massima parte su Pavia, Vercelli e Novara, ma che ieri registrava presenze addirittura da Ferrara. Numerosi i temi affrontati da Roberto Magnaghi, direttore dell'Ente risi, Mario Guidi, vice coordinatore di Agrinsieme (Cia, Confagricoltura e Alleanza cooperative agroalimentari), Mauro Tonello, vice presidente nazionale Coldiretti, e Mario Preve, presidente degli industriali del riso (Airi) e patron della robbiese Riso Gallo. Diversi i timori per la nuova Pac (Politica agricola comune) della Ue per gli anni 2014-2020, che taglierà i contributi ai risicoltori da 1.000 a 450 euro per ettaro. «Il riso si ridurrà necessariamente alle aree a maggiore vocazione: in Italia faremo fatica a conservare 210mila ettari – ha detto Guidi –. La massaia non pagherà di più per avere un riso di qualità e di eccellenza: dobbiamo dare vita a una rete d'impresa, con cui ridurre anche i costi della manodopera. Qualche segnale positivo c'è stato, ma si deve proseguire su questa strada. E poi la presenza di 200 varietà di risone è un'assurdità: si deve semplificare il settore». Tonello ha ricordato la politica di Coldiretti: «Il marchio "Filiera italiana riso" rappresenta una delle proposte su cui puntiamo. Si tratta di una società di scopo per aggregare l'offerta e avviare un processo di sinergia con tutta la filiera, che porti a proporre al consumatore un prodotto certificato 100% italiano, con un maggior reddito all'impresa e senza aumenti per i consumatori». Sempre distante la posizione di industriali e produttori. Il robbiese Preve ha rimarcato l'esito negativo delle cooperative di risicoltori che avevano avviato un'attività di trasformazione: «Sulla carta in Italia ci sono 90 industrie risiere, ma solo una decina di loro riesce a stare sul mercato in modo dignitoso». La legge che disciplina la risicoltura italiana risale al 1958. «Questa legge è la più complicata al mondo: vale solo per chi lavora e produce in Italia, ma oggi il settore è globalizzato - ha detto Preve –. Un produttore spagnolo può arrivare in Italia con un riso comune e venderlo come Arborio». Umberto De Agostino