Il Cavaliere disarcionato L'area moderata alla ricerca di un riferimento politico

Ci vorrebbe una Rossella O'Hara, invece bisogna accontentarsi di una Santanchè. Mai come oggi il centrodestra italiano avrebbe bisogno di una figura che, come la protagonista di "Via col vento" fosse capace di dire del proprio elettorato: "Troverò un modo per riconquistarlo. Domani è un altro giorno". Accogliere con una sfuriata quello che sta rivelandosi il capitolo conclusivo della ventennale Berlusconi-story servirà magari a sfogarsi, ma non affronta la questione di fondo: come riorganizzare l'area moderata, e quali riferimenti politici darle, dopo che il Cavaliere verrà disarcionato. Magari anche a breve termine: quando cioè a fine anno la Cassazione si pronuncerà sulla vicenda Mediaset. O anche più in là, ma comunque a sicura scadenza. Perché è vero che la sentenza Ruby è ancora al primo grado, ma c'è un problema politico che prescinde da quello giudiziario: come può un partito continuare ad aggrapparsi a un leader non solo pluri inquisito, ma ora anche pluri condannato? Certo, se la parabola di Berlusconi si concluderà per via giudiziaria, questo metterà a nudo l'inconsistenza di un'opposizione che gli è rimasta sempre subalterna, e che non ha saputo sconfiggerlo per via politica. Ma già oggi c'è da registrare la pochezza di un centrodestra che non ha saputo capitalizzare il consenso ricevuto: ogni volta la maggioranza si è sfaldata per strada, senza riuscire a varare neppure una delle riforme di sistema contenute nella "rivoluzione liberale" annunciata nel'94 dal Cavaliere. Fino a gettare la spugna nell'autunno del 2011, consegnando il Paese al governo dei tecnici. E la clamorosa rimonta culminata nel voto di febbraio non ha evitato al Pdl una sanguinosa emorragia, con la perdita di 6 milioni e mezzo di voti. Berlusconi del resto dovrebbe essere il primo a sapere che il centrodestra è destinato a squagliarsi il giorno dopo la sua uscita di scena. Anzi, il giorno prima: già nei mesi scorsi, quando aveva adombrato il ritiro, non pochi dei suoi cortigiani gli avevano ormai girato le spalle; salvo tornare precipitosamente a casa il minuto dopo, proni e genuflessi di fronte al Grande Dispensatore di posti e prebende. Quando finirà la cuccagna, loro si saranno comunque garantiti la pensione. Ma rimarrà orfana e spiazzata quella consistente parte del Paese che cerca da vent'anni un'alternativa convincente alla sinistra. E che non può essere comunque rappresentata dall'attuale versione Monti: bocciata dalle urne, ma ancor più dalla scelta vetero-politica di un'alleanza con l'Udc. Un rapporto già logorato, come segnalano le polemiche di questi giorni; e d'altra parte non si capisce quali elementi di novità possano venire da una sorta di museo di stagionatissimi ex-e-basta, che dalle ormai remote origini del Ccd continua a cambiare etichetta (ultima la Costituente popolare, versione riverniciata della Costituente di centro di qualche anno fa), senza peraltro mai modificare il magro consenso elettorale. Anzi. Servono leader nuovi e diversi; e soprattutto occorrono programmi, schemi, linguaggi alternativi alla paccottiglia rimasticata in questi anni: che hanno visto in larga prevalenza al governo il centrodestra, per ritrovarsi con un Paese più che mai prigioniero delle vecchie logiche, e soprattutto dei vecchi vizi. E non certo per colpa dei giudici, dei comunisti o di quant'altro. Berlusconi passerà, perché perfino chi fa politica in Italia è soggetto alla legge dell'entropia. Il punto è organizzare il dopo, iniziando adesso. Se non altro per evitare che di lui si possa riproporre l'acido commento dedicato da Churchill a Riccardo Cuor di Leone: "La sua vita fu una magnifica parata. Ma quando il corteo passò, dietro di lui rimase una pianura vuota".