Fibronit, morti da amianto prima sentenza il 19 luglio
di Linda Lucini wVOGHERA Le parti civili se ne vanno deluse. Speravano che fosse il giorno del primo verdetto sulle morti alla Fibronit, invece tutto è stato rimandato. Così si dovrà attendere il 19 luglio per la sentenza nei confronti di Claudio Dal Pozzo, 74 anni, di Roma e di Giovanni Boccini, 74 anni, di Alessandria, entrambi imputati di disastro doloso, omicidio colposo e omissione delle norme in materia di tutela della salute sui posti di lavoro. «Speravo che almeno stavolta ci fosse la sentenza, sto perdendo fiducia perchè più passa il tempo e più mi convinco che non caveremo un ragno dal buco», dice sconsolata Antonella Fanzini. «La pazienza è la virtù dei forti», cita Marcella Mingrino mentre tiene lo striscione dell'Avani, l'associazione delle vittime di amianto. «Il verdetto arriverà – aggiunge fiduciosa Maria Grazia Valdata – ce lo verremo a prendere a luglio». L'avvocato Maria Rosa Catarisano motiva lo slittamento del verdetto con la necessità del giudice di «avere tutti gli elementi sul tavolo anche perchè la replica fatta del pubblico ministero ha fornito ulteriori elementi di riflessione in merito alla posizione dei due imputati». Il pm Giovanni Benelli ieri ha infatti voluto replicare a quanto sostenuto dai difensori di Dal Pozzo e di Boccini che, nella precedente udienza, avevano posto l'accento sul ruolo marginale dei due imputati all'interno del consiglio di amministrazione. Il pm Benelli ha invece sottolineato che i due imputati non solo avevano posizioni apicali, ma conoscevano perfettamente il procedimento produttivo dello stabilimento Fibronit di Broni e pertanto avrebbero responsabilità nella strage dell'amianto. Dal Pozzo si occupava della parte commerciale vendendo i prodotti finiti, mentre Boccini acquistava le materie prime. Ieri hanno fatto una breve replica anche gli avvocati di parte civile: Domenico Novarini ha ricordato che «persino il sindaco Rina Rossi Magenta sperava che alla Fibronit non fossero avvertiti prima dei controlli dell'Asl», Maria Rosa Catarisano ha invece sottolineato che «di fronte a centinaia di parti civili e a centinaia di migliaia di vittime, non si poteva non sapere, non si poteva ignorare, non poteva essere tutto fatto secondo coscienza e non poteva essere tutto nella norma». Le sue parole hanno fatto scattare l'applauso dei malati di amianto e dei loro parenti in aula. Marco Casali ha invece efficacemente letto la testimonianza di Quinto Terminelli, lavoratore in Fibronit dal 1988 al '93: «Gli impianti di depurazione non funzionavano, l'amianto arrivava in sacchi di iuta e gli operai raccoglievano la polvere con le scope. E' capitato che il tubo di scarico dell'amianto si spaccasse e l'amianto si spargesse come fosse neve e fosse poi raccolto manualmente dagli operai. Una volta l'anno venivamo visitati dai medici della Maugeri che ci facevano una radiografia, però mai ci è stato dato il referto e mai nessuno ci ha informato sulla nocività dell'amianto». L'udienza si è conclusa attorno a mezzogiorno e il giudice Luisella Perulli, ha riconvocato le parti per il 19 luglio alle 9.30.