Brasile, la protesta dilaga Il calcio ora vive blindato
di Pietro Oleotto Il Brasile è una polveriera che rischia di far saltare il prossimo Mondiale – con riflessi ancora tutti da valutare sulle Olimpiadi 2016 –, non solo la fase finale di questa Confederations Cup che potrebbe anche essere trasferita in Cina o in Europa anche se i vertici del calcio mondiale smentiscono. I morti c'entrano relativamente. Le prime due vittime della protesta di piazza che sta scuotendo il paese (almeno 60 i feriti di ieri), rischiano di essere classificate, con cinismo, come effetti collaterali di una guerra. Una guerra civile con la Fifa presa in mezzo. Da una parte il governo di Dilma Rousseff, che ieri si è riunito d'urgenza nella capitale Brasilia, dall'altra milioni di brasiliani che, manifestando, denunciano il peso degli altissimi costi dell'effimero, del calcio spettacolo e dei Giochi, sulla vita di tutti i giorni. Spese folli. Gli ultimi mille milioni di dollari messi a bilancio dall'esecutivo per la Coppa del Mondo del prossimo anno sono un macigno che sta schiacciando le classi meno abbienti, come conferma la miccia che ha innescato le proteste di piazza, nate dall'aumento dei prezzi dei biglietti dei mezzi pubblici nelle grandi città, quelle che si stanno rifacendo il trucco per ospitare il Mondiale. Un'impennata che aveva già portato nelle strade decine di migliaia di persone e che, su suggerimento del governo, era stata cancellata nel giro di qualche ora da parte delle autorità locali, dei sindaci delle metropoli, Rio e San Paolo in testa. Praticamente un impacco d'acqua fresca, come si capisce dall'insistenza di Passe Livre, il movimento che letteralmente può essere tradotto con "biglietto gratuito" che ha portato alla ribalta tutta una serie di problemi che stanno attanagliando il paese, dalle riduzione alla spesa sulla sanità, alla corruzione dilagante, agli sprechi legati all'organizzazione delle manifestazioni sportive, a partire dalla Confederations. Gli scontri. Ecco perché le manifestazioni non si sono fermate con lo stop all'aumento dei biglietti dei bus. Tanto che ieri la gente è scesa nuovamente in piazza, in modo massiccio, fronteggiata dalla polizia e dal Bope, il battaglione delle "operazioni speciali". Nel quadro di questa escalation si sono registrate le prime vittime: a Ribeirao Preto, a trecento chilometri da San Paolo, un manifestante è stato ucciso da un veicolo che è piombato contro un gruppo di manifestanti, mentre a Belem, nel nord del paese, un'addetta della nettezza urbana è stata stroncata da un infarto provocato dai gas lanciati dalle forze dell'ordine che stanno utilizzando mezzi blindati e pallottole di gomma per disperdere la folla. I riflessi sullo sport. Attraverso il tam tam di internet i manifestanti si danno appuntamento città per città, prenotano momenti di protesta per attirare l'attenzione dei media, tanto che per il 30 giugno, giorno della finalissima della Confederations Cup, la protesta vivrà il momento clou davanti al Maracanà, ma ci sono segnali che anche Brasile-Italia, oggi a Salvador de Bahia, possa essere nel mirino dei manifestanti, tanto che le squadre sono scortate da centinaia di uomini nei ritiri. Un'eventualità che ha allarmato la Fifa, tanto che a metà giornata in Brasile si era diffusa la notizia di un ultimatum lanciato dalla federazione internazionale per garantire la sicurezza delle squadre e dello spettacolo calcio, altrimenti il torneo potrebbe essere sospeso e annullato per la fase finale. Un'indiscrezione che la stessa Fifa ha smentito, anche se è chiaro che il canale dell'ufficialità in questi casi non è quello che la diplomazia utilizza per sciogliere i nodi. Anche perché il governo brasiliano si trova in una posizione a dir poco scomoda. Non trova interlocutori per trattare la fine delle proteste, si rende contro che le manifestazioni non sono più esclusivamente pacifiche per colpa di infiltrati che cavalcano la violenza e sa che cancellare la "voce" Confederations dal contratto con la Fifa vorrebbe dire rinunciare anche al Mondiale, nonostante tutti gli investimenti già fatti, proprio quegli investimenti che hanno innescato la protesta. ©RIPRODUZIONE RISERVATA