Lettera aperta al sindaco sul futuro edilizio e urbanistico di Pavia
Certo come sono del suo interesse per Pavia, penso, signor Sindaco, non le sarà sfuggita l'importanza, fondamentale, della lettera indirizzata al suo assessore alla partita e pubblicata dalla "Provincia pavese" sabato 15. La lettera - mi permetto di ricordare ai lettori della "Provincia" - recando la firma di uno dei più prestigiosi professionisti pavesi del ramo, l'architetto Enrico Sacchi, commentava un'uscita dell'assessore medesimo (Bellaviti) a proposito del futuro prossimo edilizio-urbanistico immaginato per Pavia. E vi si denunciava una visione del futuro della città in sostanza proiettata all'indietro di decenni: quando, all'insegna di uno sbagliato progressismo, si era dichiarata guerra alla fatiscente, malata Pavia, da riscattare abbattendo tutto il vecchio che c'era (a eccezione delle cosiddette emergenze monumentali) allargando le strade a misura di automobile, e su quelle edificando (palazzoni anonimi, per lo più di pessima qualità). L'arch. Sacchi, come tanti pavesi, pensava che su certe battaglie - a suo tempo vinte dalla miglior cultura urbanistica a livello nazionale e finalmente combattute e vinte anche a Pavia una generazione fa - non fosse neppur più il caso di ritornare. Si è viceversa ritrovato - e tanti pavesi si ritrovano con lui - a doverle riproporre, pari pari, una generazione dopo. Mi consenta, signor Sindaco, una riflessione amara: ma a che cosa diavolo servono gli storici, se nemmeno riescono a farsi leggere dai responsabili - si pensa più acculturati - della comunità in cui operano? Quando, una dozzina di anni addietro, gli "Annali di storia pavese", che allora dirigevo, tennero un Convegno - Dentro e fuori le mura - i cui atti subito pubblicammo, dedicato soprattutto ai temi ripresi ora dall'arch. Sacchi, pensavo - e come me pensava la grande maggioranza dei pavesi - che quella sfortunata, catastrofica stagione fosse morta e sepolta: sia per gli operatori del settore, sia per i cittadini. Recandone le ragioni: culturalmente inattaccabili. Che non fosse, almeno a Pavia, così, avremmo dovuto capire da certi inequivocabili segni, che fra l'altro prescindevano dal colore politico dei proponenti. Sicché certi misfatti, solo proposti o anche realizzati, sarebbero piovuti sulla città sia da sinistra sia da destra. Quando cominciarono le nefaste deroghe e si vide riempire il primo spazio vuoto a fianco del Borromeo (mentre davanti c'era, in vendita, uno dei più antichi collegi universitari pavesi e a lato, quasi adiacente e pressoché vuoto, l'ormai decaduto Boerchio) o si cominciò a pensar di lottizzare parte del cosiddetto parco della Vernavola, avremmo dovuto capire che la "seconda ondata" era cominciata. Ora, l'arch. Sacchi ci apre gli occhi su un'altra, più grave, circostanza: adesso, a quanto pare, non si tratta più di deroghe, perché appare in tacita discussione - o per meglio dire viene assolutamente rifiutata - la filosofia che aveva salvato la Pavia storica da ulteriori rovine. Capisco bene che Lei sia in tutt'altre faccende affaccendato. E che quando centinaia di famiglie rischiano a breve la fame per la chiusura di una delle ultime realtà industriali di Pavia, di questa Lei si debba, da sindaco, prioritariamente occupare. Ma poiché tutto, non solo in politica, si tiene, è sul futuro complessivo di Pavia che Lei verrà giudicata: prima dagli elettori, fra qualche decennio dai miei colleghi storici. Io penso che il futuro di una Pavia attualmente, purtroppo, deindustrializzata si debba giocare valorizzando al massimo il suo passato. E che per un turismo d'avanguardia sia da valorizzare non l'una o l'altra emergenza monumentale ma il tessuto stesso della città, con le sue corti mirabili, le vecchie strade, le torri, tanti palazzi storici (attualmente poco visibili perché impegnati in attività che rendono disagevole o addirittura impossibile una visita guidata) e via enumerando. Ma se questa Pavia la facciamo sparire, in cambio garantendoci il voto di chi vuol edificare in una corte o in un giardino, che razza di politica facciamo? Di lungo o corto, cortissimo respiro? Mi creda, non Le scrivo da nemico politico (come Lei ebbe a qualificarmi, a torto, una volta) ma da pavese (adottivo) innamorato della sua città.