«Merck, se perdo il lavoro la mia famiglia è alla fame»
Metà sono impiegati, il resto operai. I 270 lavoratori della Merck Sharp & Dohme hanno in media 45 anni. La maggior parte ha famiglia con uno o due figli piccoli. Molti abitano a Pavia, ma le residentze non vanno oltre un raggio di una quarantina di chilometri dalla città. Pochissimi vengono dal Lodigiano, molti più dal Tortonese e dai paesi del Sud Milano. Sono pochissimi coloro che possono guardare a un prepensionamento: coloro che avevano requisiti per poter lasciare l'azienda l'hanno giàò fatto quattro anni fa quando l'azienda ha incentivato l'esodo applicando poi una procedura di mobilità. A quei tempi se ne sono andati circa 70 lavoratori. Alla Merck gli stipendi sono sempre stati buoni: gli operai portano a casa 1300 euro al mese, 1450 al livello più alto, ma con i turni di notte si arriva anche a guadagnarne 1600. Il tutto per 14 mensilità. Inoltre ogni anno ai lavoratori viene dato il premio di partecipazione pari a mille euro, oltre ai bonus per la produttività. Tra i benefit c'è anche la mensa che praticamente gratuita, visto che si paga per il servizio 5 euro ogni mese, pochi centesimi a pasto. La maggior parte dei lavoratori è stata assunta nel 1999. di Linda Lucini wPAVIA «Il dispiacere peggiore è stato vedere i miei colleghi piangere e disperarsi». Lui no, lui non ha pianto. Prima ha chiamato la moglie e le ha detto di sedersi per paura si sentisse male, poi le ha dato la notizia: nel giro di un anno e pochi mesi perderà il lavoro se la Merck chiuderà. Lei 44enne casalinga, poi due figli che vanno ancora a scuola, un mutuo da 400 euro al mese da pagare e un prestito da 200 euro mensili da rimborsare per due anni. Senza lo stipendio per loro è un dramma. «Vado a lavorare io», ha detto in uno slancio di generosità il figlio 14enne. La bimba è preoccupata. E la scure del licenziamento pesa già: i ragazzi ieri volevano andare in piscina, ma hanno dovuto rinunciare. «Stanotte mi sono svegliato alle 4 – racconta papà nel salotto di una palazzina del Pavese – Per me è stato un fulmine. Certo la situazione è sempre stata critica alla Merck, ma la produzione era alta, si lavorava su tre turni, nessuno pensava si arrivasse allo stop. L'avremmo dovuto intuire dalla politica di risparmio spinto che avevano messo in atto, ma pensavamo si trattasse di stare al passo con la concorrenza. Siamo rimasti tutti stupiti dalla decisione, persino il nostro direttore». La moglie gli siede accanto, cerca di dargli forza, ma poi confessa: «Quando apro gli occhi è quello il mio primo pensiero. E soprattutto penso ai miei figli». L'ansia è tanta. Lo è per loro, lo è per le tante famiglie che vivono solo dello stipendio della Merck, lo è per chi ha appena avuto il terzo bimbo, lo è per i coniugi entrambi impiegati in via Emilia. I problemi sono tanti. Persino le ferie. In molti hanno già prenotato e adesso non sanno più cosa fare. «Al momento c'è tanta rabbia e ci si sfoga dando la colpa a qualcuno, ma bisogna andare oltre – dice papà seduto sul divano– L'unica via d'uscita ce l'ha data la Merck e credo che creare questa rete di ricerca di un acquirente sia la strada da percorrere prima di dire che abbiamo perso tutto. Non dobbiamo mollare, nonostante sia dura. So che la situazione è grave, io però non mi arrendo». E soprattutto non intende stare in attesa del dicembre 2014. La sera stessa dell'annuncio dell'azienda, ha messo giù il curriculum: «Non è facile Sono entrato in Merck a 19 anni, da allora ne sono passati 21. Mi sono dato tre mesi di tempo, se non ci sono chance, mi butto a cercare un posto. Senza un obiettivo, è dura lavorare bene. So che anche se avverrà il miracolo della cessione a un nuovo proprietario, la realtà cambierà e suppongo che in 270 non lo saremo più, ma io non mollo».