«Evviva la Lomellina è il nostro mondo blues»
GRAVELLONA LOMELLINA «Siate fieri del vostro territorio perché una delle chiavi contro la crisi, soprattutto quella emotiva, è l'essere contenti della propria appartenenza» dice Davide Bernasconi, in arte Davide Van De Sfroos. Il cantautore comasco che ha sdoganato la canzone dialettale portando la sua celebre "Yanez" al Festival di Sanremo nel 2012 si racconta in occasione del concerto che terrà domenica pomeriggio alle 17.30 nell'ambito della Festa dell'arte (ingresso a offerta, il ricavato sarà devoluto alla Fondazione Asilo Figari). Dice di essere contento di tornare a suonare da queste parti dopo il concerto del 2006 perchè, spiega «i paesi della Lomellina sono un po' il nostro mondo blues, la nostra Louisiana. Il modo di fare delle persone e la cultura contadina mi sono particolarmente cari quindi torno sempre volentieri in queste zone». Il concerto di domenica al Parco Tre Laghi sarà particolare per via dell'esibizione della band su una zattera... «Questa singolare esperienza mi emoziona molto perché è simile alle immagini che ho nella testa quando compongo canzoni. Sarò in scena con una piccola formazione che oltre a me prevede un violinista e una corista. Ho molte aspettative per questo concerto: sia l'ambientazione che la formazione permettono una morbidezza esecutiva che è rara, singolare e molto suggestiva. Certo, è molto bello suonare nei cosiddetti concertoni davanti a di migliaia di persone, ma anche queste esperienze sono certamente emozionanti». Suonare nelle piccole realtà in cui l'uso del dialetto è molto diffuso fa sentire l'artista più vicino ai fans? «Certamente: la gente di paese si sente più rappresentata dalle mie canzoni anche se sbaglierei a dire che le persone che abitano nelle città sono più distanti. Anche queste ultime sono molto interessate alle mie canzoni, perché faccio rivivere loro qualcosa che è lontano, quasi andato perduto». I personaggi e le storie delle canzoni, simbolo di una società che sta scomparendo, in che modo si ricollegano al mondo d'oggi? «E' vero, i personaggi che creo sono crepuscolari ma mi sono sempre sforzato di farli aderire alla musica che ha ovviamente una dimensione contemporanea. Il mio non è un atteggiamento nostalgico anche se certi brani possono evocare rimpianti per il passato. In realtà le canzoni raccontano di un tempo che è stato ma si proiettano con decisione nel futuro. Il mio motto è: siamo ancora qui, non è ancora finita. I personaggi che creo a volte sono vivi e reali, solo un po' romanzati, a volte condensano tanti caratteri nei quali mi sono imbattuto. D'altronde io sono un cantastorie, racconto storie di vite tra lo scherzoso e il commovente senza avere la pretesa di lanciare chissà quale messaggio. La vera rivoluzione parte dalla sfera emotiva». L'uso del dialetto è frutto di un atteggiamento conservativo della tradizione? «No, canto in dialetto perché racconto un territorio che vive in dialetto. Non mi piace l'idea di tutelare a tutti i costi, di essere il custode da museo del dialetto. In realtà il dialetto è una lingua che continua a vivere e io la uso, dimostrando che ha una sua dignità e può essere usata efficacemente anche quando, nelle canzoni, la si associa alla musica moderna». Tra gli ultimi progetti, oltre al nuovo disco, c'è il format televisivo "Terra e Acqua": di cosa si tratta? «È un viaggio nel territorio comasco. Giro nei paesi della mia zona incontrando persone e suonando. Riscopro luoghi e persone insolite. Questo per dimostrare che, anche se si crede di conoscere un territorio, ci sono sempre dei segreti e delle nuove profondità da svelare. Il disco a cui sto lavorando invece dovrebbe essere un doppio cd e vorrei completarlo per l'inverno». Chiara Campana