Napolitano: diciotto mesi per le riforme

di Gabriele Rizzardi wROMA Il grido d'allarme di Letta "mai più un presidente della Repubblica eletto con le vecchie regole" dà una brusca accelerata al dibattito sul semipresidenzialismo, che galvanizza il Pdl e spacca il centrosinistra. L'Italia adotterà il modello francese? Nell'attesa che entri nel vivo il dibattito in Parlamento e tra i partiti, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, definisce un «tempo congruo» i 18 mesi che il governo si è dato per fare le riforme ma non si sbilancia sul modello da adottare. «Su una evoluzione in senso presidenziale delle riforme, non dirò nulla né stasera né poi. Resterò assolutamente neutrale» taglia corto il capo dello Stato, che apprezza lo «sforzo» dei partiti che hanno detto sì alle larghe intese, spiega che quello di Enrico Letta è un governo «senza dubbio a termine» e torna a chiedere una nuova legge elettorale: «I partiti non devono essere più attaccati alla propria bandiera, al proprio modello. Questa volta bisogna uscirne». Quanto al presidenzialismo, Angelino Alfano non lascia cadere la palla alzata dal premier e rilancia. «Adesso anche nel Pd si aprono spiragli significativi. Se il capo dello Stato sarà eletto direttamente dal popolo, i cittadini potranno partecipare a una grande gara democratica, come accade in Francia e in America. Noi lo diciamo da tempo e siamo assolutamente d'accordo. Questa è la strada giusta» dice il segretario del Pdl e vicepresidente del Consiglio, che ha fatto dell'elezione diretta del presidente della Repubblica una bandiera. A tirare un sospiro di sollievo è anche Fabrizio Cicchitto, che giudica inequivocabili le parole di Letta: «La conseguenza è inevitabilmente il presidenzialismo». Il centrosinistra, invece, si spacca. Il leader di Sel, Nichi Vendola, va giù duro e spiega che parlare di presidenzialismo o semipresidenzialismo in un paese che non è riuscito a fare la legge sul conflitto di interessi è il segno di uno «sbandamento culturale» mentre Stefano Rodotà si dice «stupito» dalle parole di Letta («Non sono riusciti a eleggere il capo dello Stato e vogliono uscire dalle loro difficoltà per via delle riforme...») e spiega che la personalizzazione è «la via regia al populismo». Pesanti critiche arrivano anche dalla sinistra del Pd, che vede dietro il semipresidenzialismo il rischio di una nuova deriva populista e della riproposizione di Silvio Berlusconi come candidato premier. Il viceministro dell'Economia, Stefano Fassina, chiede che non si affronti la discussione sulla forma di governo in modo «troppo disinvolto» e spiega che non spetta al governo indicare una soluzione: «Il luogo sovrano è il Parlamento». Rosy Bindi ricorda a Letta che non è colpa della Costituzione se un mese fa non si è riusciti ad eleggere Prodi e Marini e non accetta che il premier e il vicepremier annuncino accordi «già pronti». Tra i favorevoli al presidenzialismo secondo il modello francese ci sono Walter Veltroni (che si è detto «interessato» alla raccolta delle firme lanciata da Giovanni Guzzetta) ma anche Matteo Renzi e Romano Prodi. Un'apertura è arrivata anche da Guglielmo Epifani. I più convinti sono comunque Mario Segni e Arturo Parisi che ieri, con una lettera pubblicata sul Corriere della Sera, hanno presentato il loro manifesto per l'elezione diretta del capo dello Stato. ©RIPRODUZIONE RISERVATA