la storia

di Lieto Sartori wPavia "Patatrac" è l'ultimo libro di Mino Milani e racconta il tentativo di ammutinamento del 24 marzo 1870 di alcuni sottufficiali della brigata Modena a Pavia e Piacenza. «L'idea - dice Milani - mi è venuta perché a Pavia la parola patatrac ha un senso quasi bonario; "è successo un patatrac" è un modo di definire un imprevisto indesiderato, ma non terribile. Lo storico pavese Giacomo Franchi, racconta che il volgo, la Pavia popolare, aveva chiamato questo tentativo di ammutinamento della brigata Modena "patatrac", quasi per minimizzare, per sorridere. E avevo accettato anch'io questa visione, finchè non mi ha fatto cambiare idea il diario di Giuseppe Sinforiani "Un garibaldino pavese nella guerra franco-prussiana" e lì ho cominciato a riflettere». Cosa dice il diario? «Sinforiani andò volontario in Francia nel 1870, quindi qualche mese dopo la fucilazione del Barsanti, unico "colpevole" e capro espiatorio del tentativo di ammutinamento. Tra i volontari garibaldini, Sinforiani trovò un reparto che aveva una bandiera rossa con "la terribile parola Patatrac", racconta. Allora mi son chiesto: perché una parola bonaria diventa terribile?». Cosa ha fatto? «Sono andato a rivedere tutta la storia per una pura curiosità e ho trovato che la parola "patatrac" era soltanto il nome con il quale i congiurati mazziniani avevano chiamato la loro ribellione per costituire la Repubblica, finita, poi dal punto di vista processuale, in un tentato ammutinamento». La parola comunque aveva un suo perché. «Di origine francese, all'epoca era quasi sconosciuta, quindi valida per indicare lo scopo segreto dei congiurati mazziniani di ribellarsi per dar vita alla Repubblica». Perchè è una storia anche pavese? «Il tentativo di ammutinamento si svolge contemporaneamente la notte del 24 marzo 1870, sotto una bufera di neve a Pavia e a Piacenza. Perché la brigata Modena era di stanza a Piacenza e aveva a Pavia due battaglioni. Fulcro della ribellione repubblicana sono i sottufficiali della Modena, soprattutto i sergenti sono i custodi dello spirito mazziniano. Qui a Pavia vive Giorgio Testa che è discendente da un giovane, Maccabruni, che scappò in Argentina subito dopo il Patatrac e vi morì di malaria». Cosa succede? «I sottufficiali insorgono simultaneamente la notte del 24 marzo, con l'aiuto dei i gruppi mazziniani. A Piacenza non succede niente, finisce quasi in farsa. A Pavia invece finisce con tre morti e un ferito. Qui il gruppo mazziniano è particolarmente convinto e forte, orientato ormai verso il socialismo e il radicalismo». Perchè la ribellione fallì? «Fu una follia. Mi spiace dirlo, ma la responsabilità morale è di Mazzini, non si scappa». Per quale ragione? «Non aveva capito. Aveva la sua idea fissa che l'Italia fosse una polveriera e che bastasse la fiammata di un cerino per farla esplodere. Era una valutazione politica sbagliata. L'Italia non era una polveriera, era un paese povero dove la gente aveva il problema di portare a casa la cena; era stata appena stata introdotta, nel 1869, la tassa sul macinato, l'80 per cento della popolazione era analfabeta. Ormai Mazzini era staccato dalla realtà, la sua filosofia era diventata il suo mondo. La Repubblica era un concetto astruso per le masse che avevano il problema di mangiare. Basta pensare che la rivolta del 1889, quella repressa da Bava Beccaris, era esplosa a causa dell'aumento di due centesimi al chilo del pane. Questa era l'Italia della seconda metà dell'Ottocento. Mazzini credeva che gli italiani fossero come lui, con questa sacralità della patria e fede nella Repubblica. Invece no. Questa contraddizione scoppia in maniera pesante a Pavia». Perché i garbaldini di Pavia si tennero fuori dalla ribellione, fino a opporsi? «I garibaldini ebbero più di Mazzini il polso della realtà, anche perchè parteciparono in modo massiccio al Risorgimento. Molto mazziniani, invece, si tirarono indietro: a conti fatti in guerra andarono in pochi. Tre compagnie dei Mille furono comandate da pavesi, 58 pavesi partirono da Quarto con Garibaldi. Non solo, per i garibaldini l'esercito non si doveva toccare, perché era il punto di forza del Paese. L'idea di fare ammutinare l'esercito non poteva essere accettata dai garibaldini. Tra l'altro "Patatrac" è anche il primo ammutinamento prima della Grande Guerra del 1915-'18. E' curioso che nessuno se ne sia occupato». Nonostante l'opposizione dei garibaldini, la ribellione mazziniana va avanti. «Mazzini insiste e i ragazzi della brigata Modena vanno allo sbaraglio. Del resto le insurrezioni mazziniane sono tutte fallite, tranne una , la spedizione dei Mille, ma perché era comandata da Garibaldi. Quella notte del 24 marzo del 1870 a Pavia e a Piacenza erano tutti conviti che bastasse dire "Viva la Repubblica" per farsi seguire dal popolo: un'illusione». E dopo il sacrificio inutile? «Nessuno ha più parlato del "Patatrac", se non in chiave polemica tra fazioni politiche. Si è parlato molto di Barsanti come il primo martire, il primo fucilato per la Repubblica che allora era al di là da venire. Sono nati anche vari circoli Barsanti, ma con tendenza socialista e anarchica, non mazziniana». Come ha affrontato questo libro? «Mi è costato un po' scriverlo, sono stato a Piacenza, in biblioteca a vedere tutti i giornali, le lettere e i carteggi mazziniani, ma qualcosa viene fuori da questa ricerca. Mi sembrava che questo episodio italiano e pavese dovesse essere onorato da un ricerca il più possibile diligente. Naturalmente ho sintetizzato, io sono del parere che la storia in Italia è poco letta anche perché è appannaggio quasi esclusivo di universitari, validissimi tutti, ma il cui scopo non è quello di farsi leggere dal pubblico ma di leggersi fra di loro. Non c'è divulgazione. Se vogliamo che la storia sia patrimonio di tutti dobbiamo farla leggere». Fu un ammutinamento? «Parliamo di ammutinamento perché, quando un corpo militare organizzato si ribella, di fatto si ammutina, ma era un tentativo di insurrezione, ristretto alla brigata Modena e solo ad alcuni sottufficiali. Un'illusione pagata a caro prezzo». Come finì? «I tribunali di fatto assolsero gli insorti di Piacenza, molti furono prosciolti, una ventina di accusati fu rinviata a processo ma tutti furono poi amnistiati dopo la presa di Roma. A Pavia, dove ci furono i morti, separarono i borghesi dai militari e condannarono i soldati. La pena più dura fu contro Barsanti, che a vent'anni fu fucilato nel castello di Milano, altri otto condannati a morte in contumacia erano riusciti a fuggire , il sergente Nicola Pernice fu avviato a 20 anni di lavori forzati nelle fortezze piemontesi». Il capro espiatorio fu Barsanti? «La punizione fu spropositata. La pena di morte veniva erogata in casi di guerra e la notte del 24 marzo 1870 la guerra non c'era. Fu l'esercito, in mano ai piemontesi, a chiedere una punizione e una sentenza esemplare». Più in generale, la società di oggi può trovare un riferimento nel passato? «La storia non si ripete. Oggi nella nostra società stanno accadendo cose troppe grandi a cui l'Occidente non è preparato. Se proprio vogliamo trovare un paragone storico, con le dovute cautele e proporzioni, l'attuale frantumazione politica nazionale è simile alla vittoria dei Comuni, all'affermarsi del particolarismo. Io sono a Pavia e vado in guerra con Milano, mi alleo a Piacenza per fare la guerra a Cremona, poi mi alleo con Cremona per andare in guerra contro Como e così via, perché non voglio intrusi. Questo andava bene nel tredicesimo secolo, di certo non adesso».