Sessant'anni tra palcoscenico e impegno civile
di GIANFRANCO BETTIN L'ultima volta che l'ho vista Franca Rame era insieme a don Andrea Gallo. Eravamo a Genova, nei giorni del G8, la sera d'apertura del raduno dei movimenti per "un altro mondo possibile". Colpisce che se ne siano andati negli stessi giorni, il prete di strada e l'attrice e attivista politica forse più famosa d'Italia e d'Europa, entrambi accompagnati da un dolore sincero e vasto. Camminavano sottobraccio, a Genova, ridendo e chiacchierando, e forse è possibile immaginarli così ancora adesso, interminabilmente. Certo, lei continuerà anche a recitare, cosa che del resto ha fatto per tutta la vita, fin dal suo primo giorno (era nata a Parabiago, il 18 luglio 1929), interpretando se stessa neonata negli spettacoli messi in scena dalla compagnia di famiglia, artisti e attori specializzati da secoli nella commedia dell'arte. Era dunque destino che allo spettacolo si dedicasse, ma la forza, l'impronta originale che a questa scelta ha saputo imprimere sono un prodotto del tutto suo, anche al di là del pur inscindibile binomio con Dario Fo. La vita come teatro e il teatro come vita, ben sapendo che ciò significa, per chi ne è il soggetto, altrettanto una festa che una condanna. La benedizione dell'arte, di un talento naturale ma anche coltivato con passione ed esercizio, si accompagna sempre alla ferita che reca il graffio della vita, alla tumefazione che il suo corpo vivo e contundente imprime in chi non trova vacanza né distrazione e tanto meno protezione trascorrendo da una dimensione all'altra, integrandole una nell'altra. Gli spettacoli più riusciti e celebri di Franca Rame, con la sua voce roca capace di modularsi dal tragico all'ironico, sono insieme creazioni e referti, come "Tutta casa, letto e chiesa", "La madre" e lo sconvolgente "Lo stupro". Quando mise in scena la violenza efferata subita da quattro fascisti, probabilmente ispirati da apparati dello stato - e che se la cavarono per intervenuta prescrizione - sapeva bene quel che faceva, e non ebbe bisogno di sottolineare esplicitamente che quello era un pezzo autentico della sua propria vita. Lo sarebbe stato comunque, anche se avesse interpretato parole di altre o se le avesse immaginate. Purtroppo, era tutto vero. Raramente l'infamia dello stupro è stata rappresentata con tale forza artistica ed etica capace di mostrare, insieme, l'orrore di quella violenza, lo squallore e la ferocia che sono la sostanza stessa del fascismo ma anche il punto schifoso in cui si congiunge alla normale abiezione maschile quando si renda libera di sfrenarsi. Mezza Italia sembrò trattenere il fiato durante la sua rappresentazione in tv, una prima serata di un sabato dei tardi anni '80, una pagina memorabile sia di teatro che di televisione. Del resto, Franca Rame aveva cominciato prestissimo a lavorarci, in televisione, come Dario Fo. Erano attori molto popolari già negli anni Cinquanta, nei primi show tra la rivista, la commedia e l'avanspettacolo, che intrattenevano gli italiani mentre scoprivano il nuovo medium. Artisti moderni, dunque, se pur altamente consapevoli della tradizione da cui provenivano, che s'intrecciava nel solco della commedia dell'arte, e che fruttò l'esito più straordinario con "Mistero buffo", forse il pezzo di teatro italiano più noto e rappresentato al mondo (cosa risaputa, nel mondo, assai meno in Italia, provinciale retaggio, questa rimozione, della meschinità e dell'invidia, non meno che dell'avversione suscitata nell'establishment dalla spavalda alterità politica di Franca e Dario e culminata nell'orticaria provocata in quegli stessi ambienti dal conferimento a Fo del premio Nobel per la letteratura nel 1997, un Nobel che è quasi altrettanto di lei che di lui). Naturalmente, dalla tv di stato - l'unica esistente allora - furono cacciati presto, per delle battute in fondo innocue, a risentirle oggi, ma sbeffeggianti senza remore questo e quel potente. Vi rientrarono solo molti anni dopo e sempre saltuariamente, ma dimostrarono che un certo tipo di fama, anche vasta e duratura, non aveva bisogno dei grandi media. I circuiti alternativi, la rete di relazioni umane, sociali e politiche che precedette la Rete come forma parallela e antagonista ai media tradizionali controllati dal potere, garantirono a Franca e Dario una popolarità e una forza anche economica, grazie al successo di pubblico dei loro spettacoli (e grazie ai diritti d'autore raccolti in tutto il mondo), dimostrando, appunto, che "un altro teatro era possibile", un'altra cultura, e che non necessariamente sarebbero rimasti subalterni e perdenti: sono proprio Dario Fo e Franca Rame a trarre dall'anonimato e dalla marginalità questi percorsi culturali che poi, in anni recenti, anche altri percorreranno vittoriosamente, si pensi a Marco Paolini o ad Ascanio Celestini solo per citare chi punta ancora molto sulla parola (quanto alla politica, il discorso fu più complesso, le varie sinistre non seppero davvero mai fino in fondo unire cultura e politica in una sintesi vincente, problema aperto ancor oggi…). Dei due la vera mente politica senza dubbio era Franca, che alla militanza ha dedicato più tempo ed energie, e che ad essa ha pagato il prezzo più caro. Arte e politica vissute insieme sono un connubio fantastico ma contraddittorio, trascinano e sfiniscono chi vi si dedichi come Franca Rame ha fatto, dai margini o dal centro della società dello spettacolo, dai giri politici alternativi o dal parlamento. Questa tensione creativa e feconda percorre anche la sua autobiografia, composta insieme a Dario, "Una vita all'improvvisa" (2009), ed è la stessa che questa grande e bellissima donna ha saputo sostenere creativamente e coerentemente fino all'ultimo giorno. ©RIPRODUZIONE RISERVATA