Il vescovo va in carcere e risponde ai detenuti

di Anna Ghezzi wPAVIA Emozionati, sguardi attenti sul vescovo Giovanni Giudici che ieri pomeriggio si è fatto intervistare nell'aula del teatro di Torre del Gallo dai detenuti che compongono la redazione del giornale del carcere, Numero zero. Ivano, Domenico, Edgar, Ivan, Franco, Simon e Tariq sotto la guida dei volontari dell'associazione Vivere con lentezza e la supervisione del presidente Bruno Contigiani hanno preparato per mesi le domande da rivolgere al vescovo di Pavia. «Qui si lavora sul recupero della persona – comincia Contigiani – ma poi la società è pronta ad accogliere gli ex detenuti? Loro, quando sono qui, chiedono soprattutto di imparare qualcosa per poter vivere, dopo». Ivano, stringendosi nella giacca della tuta e inforcando gli occhiali chiede ancora: «Perché la Curia tra le sue opere di carità non fa una cooperativa che aiuti i detenuti che escono?». «Abbiamo fondato la cooperativa Il Convoglio: è solo una piccola risposta a un grande bisogno, che però ha bisogno del contributo di tutti – dice Giudici – per questo faccio un appello alla comunità pavese. Servirebbe molto altro, ma non è semplice trovare persone che riescano a dialogare con chi è appena uscito dal carcere, è più facile trovare sostegno per i bimbi, gli anziani, i disabili. Per aiutare detenuti ed ex detenuti serve una coscienza sveglia che riconosca le responsabilità individuali ma anche della società, e riconosca la necessità di dare a ciascuno un'altra possibilità: il passaggio più difficile è riuscire ad accogliere chi ha ferito altri, lo slancio del cuore non basta, occorre ragionare sulle opportunità che ciascuno ha avuto. E così si riesce ad avere una disposizione d'animo adatta per agire e lavorare con gli ex carcerati». Il lavoro tiene banco tra le domande dei detenuti: «La diocesi ha una proposta per creare 5mila posti di lavoro trasformando il volontariato in impresa sociale – chiede Franco, occhialini, giacca blu e maglia rossa – Quali sono le prospettive di riuscita?». «Abbiamo chiesto ascolto a Regione, Comuni, provincia – spiega Giudici – E l'assessore regionale Mario Melazzini ha garantito sostegno. In più ci sono sindaci che già stanno provando a fare delle cooperative sociali: coop di giardinaggio o agricole per impiegare i disoccupati, ci stiamo lavorando». Il teatro è un'oasi all'interno del carcere: pareti verdine, porte azzurre, linoleum grigio per terra su cui qualche scarpa picchietta nervosa. C'è la statua della Madonna sulla destra, al centro del palco un dipinto di Gesù, ai lati pannelli di scenografia che mostrano il ponte Coperto, la cupola del Duomo, il Ticino. Il vescovo risponde ai detenuti sulla fede, su Giuda che ha tradito «ma che Gesù chiama comunque amico», sulle dimissioni di Benedetto XVI e del nuovo Papa Francesco. Giudici parla di perdono («Ognuno, anche chi mi ha ferito, è amato da Dio e ha un valore, dunque sarà Dio a garantire quella giustizia che da soli non potremmo rimettere in pari», spiega), di donne nella società e nella chiesa. Clima rilassato, risate, battute. Tariq chiede «perché c'è tanta gente che non crede in Dio anche se dimostra il suo potere e fa miracoli». Alla fine parla un detenuto del pubblico: «Bella iniziativa – dice – ma qui abbiamo un problema di convivenza, c'è disagio. Lei può fare qualcosa?». «Possiamo sollecitare l'opinione pubblica – risponde Giudici – spiegare che il carcere non è solo pena, ma un "ospedale" in cui si aiutano le persone in un cammino di riabilitazione. Voi, però, ricordate che qui si può conservare la dignità e la libertà interiore».