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di Maria Rosa Tomasello wROMA Silvio Berlusconi incassa nello stesso giorno una doppia sconfitta sul fronte giudiziario. A distanza di pochi minuti l'una dall'altra le motivazioni a due sentenze mettono all'angolo il Cavaliere. La prima è quella della Corte d'appello di Milano alla sentenza dell'8 maggio scorso sul processo Mediaset, con cui l'ex premier è stato condannato a 4 anni (tre condonati per indulto) per frode fiscale: secondo i giudici il Cavaliere avrebbe continuato a restare al vertice del gruppo anche dopo la sua "discesa in campo" e avrebbe gestito «l'enorme evasione fiscale realizzata con le società off shore» anche da premier. La seconda è quella della Cassazione sulla decisione lampo del 6 maggio, quando la Suprema Corte rigettò la richiesta di spostare i processi Ruby e Mediaset da Milano a Brescia per "legittimo sospetto": nessun complotto da parte dei giudici contro Berlusconi, che avrebbe invece usato l'«accusa infamante» della persecuzione per «esigenze dilatorie». Un quadro davanti al quale il leader del Pdl insorge assieme al partito: «Le motivazioni della vicenda dei diritti tv sono surreali – accusa – Se vi è ancora un barlume di buonsenso sull'applicazione del diritto e sulla valutazione del fatto, questa sentenza non potrà che essere posta nel nulla, riconoscendosi la mia assoluta innocenza. Mai ho avuto conti all'estero, come risulta dagli atti. Mai neppure un centesimo delle asserite violazioni fiscali, come parimenti risulta» dice Berlusconi, mentre i vertici del Pdl parlano di accanimento, di illazioni. «È un attacco giudiziario in atto dal 1994 per modificare il quadro politico», dice Fabrizio Cicchitto. Ma per in giudici di Milano, così come per quelli di Roma, le ragioni di Berlusconi, alla prova dell'aula, non reggono. La tegola più pesante è la motivazione alla sentenza sui diritti Mediaset, arrivata dieci anni dopo l'apertura dell'inchiesta. Al centro della vicenda c'è la compravendita di diritti tv e cinematografici da 470 milioni di euro: la vendita, secondo l'accusa, sarebbe stata effettuata da major Usa a due società off shore, che avrebbero rivenduto il "pacchetto" a Fininvest con una forte maggiorazione di prezzo per aggirare il fisco e creare fondi neri. Le motivazioni chiariscono ora il convincimento della Corte: la gestione dei diritti faceva capo a Berlusconi, essendo «una questione strategica» che interessava la proprietà «pur avendo abbandonato l'operatività giornaliera» e «nonostante i ruoli pubblici assunti». Il gruppo «e più precisamente il suo fondatore e dominus, con l'aiuto dell'avvocato Mills – scrivono – aveva costituito una galassia di società estere, alcune delle quali occulte, che occulte dovevano restare anche perché parte di tali fondi era stata usata per scopi illeciti». Con un'ordinanza di 34 pagine, la Cassazione smonta anche la teoria del presunto complotto ai danni del premier da parte dei pm di Milano: i giudici parlano di «illazioni», «timori e sospetti personali», ma infondati: l'accusa di «contesti deliberatamente persecutori» mossa da Berlusconi «è infamante» perché colpisce l'onorabilità delle toghe. Legittime anche le visite fiscali all'ex premier, considerate un'attività di controllo a fronte di una patologia «non grave» come l'uveite o la congiuntivite. «I pm fanno il loro mestiere» sottolineano gli "ermellini", che bollano come «dileggio» le parole usate da Berlusconi («giudicesse femministe e comuniste») contro i magistrati donne che si erano pronunciate sulla causa di separazione con Veronica Lario. ©RIPRODUZIONE RISERVATA