Quando gli Usa dichiararono guerra a birra e superalcolici

PAVIIA L'America degli anni Venti riscopre le sue origini puritane, con il Volstead Act o National Prohibition Act che, introducendo il proibizionismo (1920), dichiara guerra a birra e superalcolici. Una svolta che associazioni come l'Unione femminile cristiana per la temperanza e la Lega anti-saloon preparavano da decenni. Il diciottesimo emendamento alla Costituzione vieta il consumo, la produzione e la somministrazione di bevande contenenti oltre lo 0.5 per cento di alcol, a eccezione di quelle utilizzabili a scopo medicinale. Ma, anzichè mitigare i costumi del popolo americano, il regime proibizionista raggiunse l'effetto esattamente opposto. Come evidenziano numerose ricerche, infatti, negli anni Venti dello scorso secolo il consumo di alcol, anzichè diminuire, subì un incremento del dieci per cento e favorì il diffondersi e il consolidarsi di una potente rete criminale che prosperò sul commercio illegale della sostanza. Nelle innumerevoli distillerie clandestine del Paese si producevano ogni anno trecento milioni di litri di bevande proibite, mentre dal vicino Canada se ne contrabbandavano altri quaranta milioni. La merce veniva rivenduta in locali detti speakeasies. Con la crisi di Wall Street (1929), la Grande Depressione e l'avvento alla Casa Bianca del democratico Franklin D. Roosevelt, il Proibizionismo venne abrogato con il ventunesimo emendamento e per gangster come Al Capone cominciò il declino. Curiosamente, negli anni Ottanta dello scorso secolo, anche il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov tentò di inculcare nei russi l'abitudine alla sobrietà nel bere, convinto che la messa al bando della vodka avrebbe influito positivamente sull'efficienza e la produttività nei luoghi di lavoro. Questa campagna, che guadagnò al leader della perestrojika l'appellativo di «segretario minerale» che alludeva alla prediche contro l'alcol in qualità di numero uno del partito comunista, non ebbe miglior successo del proibizionismo Usa. (r.lo.)