Carcere e alta sicurezza, i detenuti indagano su se stessi
PAVIA «E' possibile coinvolgere detenuti in apparenza inavvicinabili come quelli reclusi presso una Sezione ad Alta Sicurezza e portarli a parlare di sé, a costruire uno strumento di indagine su come ci si relazione tra compagni di detenzione e con gli operatori penitenziari?». E' partendo da questa domanda che due ricercatrici hanno provato lo strano esperimento di trasformare, per qualche tempo, un gruppo di detenuti del carcere di Opera, in «ricercatori su se stessi», sullo stato della loro detenzione. L'operazione ha sostanzialmente funzionato, seppure con tutte le cautele del caso, permettendo ai detenuti - più che di fornire risultati sulla qualità della vita in carcere -di riflettere sulla loro condizione. Solo questo aspetto valeva il tempo impiegato dalle due ricercatrici: la pavese Elena Galliena, che dal 2008 è giudice esperto presso il Tribunale della Sorveglianza di Milano e che in qualità di vice–presidente della Coop. Soc. Officina Lavoro Onlus, si occupa della progettazione e della direzione di interventi nel settore penitenziario; e Fabrizia Brocchieri, psicologa, mediatrice familiare, presidente della cooperativa Officina Lavoro. Entrambe, dal 2006, collaborano con la Direzione della Casa di Reclusione di Milano – Opera da cui scaturisce la pubblicazione, e con gli istituti di Voghera e Bollate. Il loro lavoro «Carcere e trattamento in alta sicurezza - Protagonisti a confronto» (FrancoAngeli) potrebbe avere, ed probabilmente ha, due piani di lettura. Il primo per addetti ai lavori, il secondo piano di lettura è molto più semplice: è il racconto del carcere e di alcune sue dinamiche interne che, come per altro molti lavori di questo genere, ci aiuta a capire un mondo diverso ma con il quale, direttamente o indirettamente, spesso dobbiamo fare i conti. (f.ma.)