Il racconto del pilota «In pochi istanti la nave è impazzita»
ROMA «L'ho detto al comandante: ci stiamo accostando troppo al molo Giano. Poi, all'improvviso, la nave non rispondeva ai comandi, era fuori controllo. Abbiamo provato a fermarci, ma è stato inutile: siamo andati a schiantarci contro la torre ed è stata la fine». Antonio Anfossi, il pilota che martedì sera è salito a bordo della portacontainer Jolly Nero per condurre la nave fuori dal porto di Genova ha ancora negli occhi il momento spaventoso dell'impatto, l'attimo in cui la torre piloti si è sbriciolata inghiottendo i suoi amici, i compagni di lavoro: «Per me è il momento delle lacrime, ma non mi sento in colpa: voglio capire cosa è accaduto» dice Anfossi, indagato per omicidio colposo plurimo assieme al comandante del cargo, Roberto Paoloni. Il giorno dopo l'incidente in cui sette uomini hanno perso la vita mentre due risultano ancora dispersi, le immagini e le testimonianze raccontano il disastro che due indagini, quella della procura e quella del ministero dei Trasporti, cercano di ricostruire nei dettagli. Gli inquirenti, riferisce il procuratore capo Michele Di Lecce, hanno acquisito le immagini delle telecamere di sorveglianza presenti nella zona: un video dello Yacht Club avrebbe filmato il momento dell'impatto. La polizia postale, intanto, è stata incaricata di eseguire le copie del software della scatola nera: il Vdr (Voyager data recorder), il cui contenuto dovrà essere decriptato, potrebbe contenere dati essenziali su rotta, orari e comunicazioni. Oggi, intanto, sarà conferito l'incarico ai periti che dovranno esaminare la nave del gruppo Messina. Per Anfossi è un'avaria dei motori la causa della tragedia: «Procedevamo a macchine indietro, velocità 3 nodi. Abbiamo iniziato la manovra per virare, quindi motori spenti e andatura lenta, pronti ad azionare i propulsori per contrastare l'abbrivio». È in quel momento che, dal rimorchiatore Spagna, a poppa, il comandante Fabio Casarini comunica che la Jolly è a 70 metri dal molo: «Ho detto al comandante "macchine avanti", una procedura normale, ma i motori non ripartivano». Paoloni prova un'altra volta, poi un'altra, quindi urla «avaria, avaria». Nell'ultimo disperato tentativo di fermare il gigante di 240 metri, che pesa 40 mila tonnellate, vengono calate le ancore. Ma la nave non si ferma. A bordo dello Spagna, Casarini vede la torre venire giù in una nuvola di polvere: «Mi è caduta a venti metri di distanza, mi è sembrato di rivivere l'11 settembre. Sarei potuto morire, ma quando sei lì non ci pensi, lo fai dopo e quel pensiero non ti abbandona più». Al comando del Genua, il rimorchiatore che traina la Jolly Nero a prua c'è Marco Ghiglino: «Prima è venuta giù la palazzina appena lo spigolo della nave l'ha colpita. Dopo tre, cinque secondi, la costruzione comincia a ondeggiare e arriva quel rumore fortissimo: la torre implode prima su se stessa, poi si piega su un lato sprofondando nell'acqua». È la conclusione tragica di una manovra iniziata alle 22,30, quando le navi si muovono dalla banchina. Il tragitto lungo il canale, racconta Ghiglino, fila liscio. Sono le 23 quando il Genua si affaccia nell'avamporto e vede la torre. I rimorchiatori cominciano le operazioni per far girare la nave, ma il cargo, che a questo punto dovrebbe dare «la marcia avanti che la aiuta sia a fermare l'abbrivio indietro e a girarla più velocemente» non risponde: «A noi è mancato chi desse la spinta avanti». Casarini avverte: 70 metri. Ghiglino lancia l'ordine: «Tirare a tutta forza». Il Genua ha una capacità di 60 tonnellate, ma non riesce a evitare l'impatto. «Anche se avessi mandato i motori oltre ogni limite non sarei riuscito a fermarla. Ho visto la torre crollare e ho chiamato il 115. La torre non c'era già più». (m.r.t.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA