Trent'anni di cella al killer di Sebastian

di Maria Fiore wPAVIA Una mattina di gennaio di un anno e mezzo fa il suo corpo fu trovato, senza vita, nella boscaglia sotto il ponte della Libertà, al Ticinello. Sebastian Zbigniew Matuszczjk, un polacco di 36 anni, frequentava la Casa del giovane ed era ben voluto da tutti. Dopo il suo omicidio si mobilitarono, con una fiaccolata, 500 pavesi. Per quel delitto, ieri pomeriggio, il giudice Erminio Rizzi ha condannato a 30 anni di carcere Milos Nikolic, un croato di 22 anni che per quella vicenda dopo l'arresto non è mai uscito dalla cella di Torre del Gallo. Il pubblico ministero Paolo Mazza aveva chiesto l'ergastolo. Durante il processo, che si è svolto con rito abbreviato, la difesa sostenuta dall'avvocato Alessio Corna aveva voluto una perizia, per valutare la capacità dell'imputato – che avrebbe sofferto in passato di schizofrenia – di sostenere il processo, ma il giudice ha ritenuto il giovane capace di intendere e di volere e quindi imputabile. «Aspetteremo le motivazioni della sentenza per fare appello», è il commento dell'avvocato Corna, che per cercare di smontare l'accusa di omicidio aveva anche invocato l'eccesso colposo di legittima difesa. Per il legale dell'imputato il delitto era maturato nell'ambito di un litigio tra vittima e imputato, che era poi degenerato. Nella colluttazione, secondo la difesa, la vittima aveva cercato di ferire con un coltello il giovane croato, che avrebbe reagito colpendo il rivale con una pietra. Di diverso avviso la procura di Pavia, che ha chiesto la condanna soprattutto sulla base dei riscontri scientifici, in particolare le tracce di sangue della vittima –che era stata uccisa e sfigurata in volto – sui vestiti dell'imputato. I sospetti si incentrarono su Milos Nikolic grazie alle testimonianze di alcuni senza fissa dimora che frequentavano la mensa di Canepanova. Il giovane croato venne fermato qualche giorno dopo il delitto dagli agenti della squadra mobile alla stazione ferroviaria di Cervignano del Friuli, probabilmente mentre era diretto oltre frontiera, e arrestato con l'accusa di omicidio volontario. Sugli abiti che indossava il giorno del delitto furono rinvenute macchie di sangue, e venne dato incarico a un esperto di confrontare il Dna ricavato da queste tracce con quello della vittima. I due profili, in base a quanto emerso dall'esame, combaciavano. Proprio su questo indizio si sono basate le accuse nei confronti dell'imputato, che hanno retto al processo anche in assenza di una confessione. @mariafiore3 ©RIPRODUZIONE RISERVATA