«Protagonista dai lati oscuri»

di Vindice Lecis wROMA Un po' Belzebù, un po' Alberto Sordi. Uomo di potere cinico e furbo che per sopravvivere produceva lati oscuri, zone d'ombra. Andreotti fulcro di macchinazioni e intrighi, affiancato ai nomi di Sindona e Calvi. E ancora: vicino agli americani ma anche ai palestinesi, sponda della destra neofascista e capace di saldare un accordo col Pci di Berlinguer contro il terrorismo. Fino all'onta - accertata sino al 1980 - dei rapporti con la mafia. Napolitano dice che la storia giudicherà Giulio Andreotti, per ora il festival delle dichiarazioni cerca di rendere l'idea del profilo dell'ex leader democristiano e dell'Italia che ha rappresentato. «E' vero, sarà la storia a giudicarlo perché Andreotti è stato un protagonista dell'Italia repubblicana, sette volte presidente del consiglio, ministro un'infinità di volte. E' stato un personaggio di grande rilievo anche se non privo di lati poco chiari» commenta Nicola Tranfaglia, storico torinese». Che dirà la storia di lui? «Certo non dimenticherà che nella sua lunga vita, in alcuni momenti, è stato legato a Cosa Nostra come hanno stabilito le sentenze della corte d'appello di Palermo e della Cassazione a proposito dello stretto collegamento con Badalamenti e Francesco Bontade, ucciso nella guerra di mafia del 1981-82». Si dice: Andreotti cinico e capace di cavalcare varie stagioni politiche. «Vero. Durante mezzo secolo di guerra fredda in Italia si poteva fare solo tattica. La strategia era già decisa altrove». Fu assai diverso da Moro in questo? «Moro diede giudizi durissimio su Andreotti. Se volessimo fare una differenza tra Moro e lui, potrei dire che il primo dialogava con le culture democratiche che avevano fatto la Repubblica. Il secondo operava anche nel sommerso che non era stato eliminato. L'opera di Moro è stata per questo tragicamente incompresa». Ci sarà un motivo allora perché il nome di Andreotti compare sempre negli snodi oscuri della storia italiana? Il golpe Borghese ad esempio. «Non c'è dubbio che sullo sfondo di quegli eventi c'è la posizione di uomo che collaborava con la destra italiana, quella destra che allora era fortemente inquinata dal fascismo e dalle suggestioni del militarismo e dell'autoritarismo dei colonnelli greci e delle dittature spagnola e portoghese. Alcuni uomini politici di quell'epoca ebbero rapporti con quella destra». Che idea si è fatto dell'atlantismo andreottiano? «Andreotti era un sostenitore della divisione del mondo in due blocchi e della politica statunitense. Ma ricordo le sue perplessità sulla unificazione tedesca. Dopo il 1989 la guerra fredda entrò in crisi e questo segnò anche la fine dei partiti storici: Dc, Psi e Pci. Si è creata una sorta di instabilità che ha aperto la strada alla vittoria dei populismi e dei partiti personali». Di Andreotti si mette spesso in evidenza il realismo se non il cinismo. «Aveva il culto del potere dal quale non si è mai allontanato, una visione cinica che è ben presente a dire il vero in molti altri uomini politici di ieri e di oggi. Cinismo con molti dei lati oscuri, come il rapporto con la mafia». ©RIPRODUZIONE RISERVATA