Senza Titolo
di Pietro Criscuoli wROMA L'astutissimo Giulio Andreotti aveva calcolato tutto, ma non quei duecento chili di tritolo. Che lo terrorizzano, che gli fanno svanire il sogno tanto a lungo accarezzato. Perché tutto finisce nel boato che scuote l'Italia quel pomeriggio del 23 maggio 1992. Davanti alla strage di Capaci, alla morte di Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti di scorta, la sua preoccupazione è quella di inviare i suoi emissari in tutti i partiti con un messaggio inequivocabile: non corro più per il Quirinale. E' finita. Peccato. Giulio arriva al passaggio cruciale di quella primavera con tutte le pedine sistemate. Le elezioni hanno dato la maggioranza al pentapartito (democristiani, socialisti, repubblicani, socialdemocratici e liberali), il Psi di Craxi non ha stravinto ed è fiaccato dalle prime mosse dell'inchiesta "Mani pulite", la Dc è il partito più forte. Ci sono due posti da occupare: la presidenza del Consiglio e quella della Repubblica. Pochi, perché il Caf (Craxi, Andreotti e Forlani) ha tre bisonti da sistemare. Andreotti manovra con lo stile curiale che lo contraddistingue. Davanti ha un'altra volpe, Arnaldo Forlani. Il 13 maggio questi promette ad Andreotti che si ritira. Dopo un'ora però la Dc, con Enzo Scotti, fa sapere ufficialmente ad Andreotti che il candidato del partito è proprio Forlani. Le stilettate non finiscono qui. Il 16 maggio, giorno in cui i voti del pentapartito dovrebbero garantire l'elezione a Forlani, spuntano 34 cecchini. Sono i famigerati franchi tiratori (andreottiani) che nel segreto dell'urna fanno il contrario di quello che dicono. Forlani sorride beffardo. Craxi sfoga la rabbia andandosene a grandi passi. Paolo Cirino Pomicino, napoletano ciarliero, Vittorio Sbardella, detto "lo squalo", e Franco Evangelisti, spalla storica di Giulio, negano l'evidenza: «Noi non c'entriamo niente». Ma tutti hanno capito l'antifona. Dopo un paio di altri tentativi, Forlani si ritira e si dimette addirittura dalla segreteria Dc. Andreotti comincia a tessere la sua trama. I suoi colonnelli animano i capannelli riservati di Montecitorio. Il lavoro consiste nel convincere i comunisti e i socialisti non craxiani che Giulio al Colle è una garanzia per tutti. E cercano anche di far capire ai craxiani che con questa scelta l'incarico di governo a Bettino non glielo toglie nessuno. In questo gioco di tradimenti c'è anche l'alleanza segreta di Claudio Martelli, ex delfino di Craxi, proprio con Andreotti. L'inchiesta della procura di Milano sta abbattendo come birilli gli uomini forti del craxismo (Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri), e Martelli spera di sostituire il leader. La trama è ben congegnata, ma la strage mafiosa spazza via tutto. I partiti vengono chiamati a dare una risposta forte e immediata. Per il Quirinale la spunta Oscar Luigi Scalfaro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA