L'amore, quel passo che Gesù fa verso di noi
Il Vangelo di questa domenica torna sul tema dell'amore, rinfrescando il senso di parole come carità e vicinanza, di cui siamo intrisi e di cui rischiamo di perder la novità. Innanzitutto Gesù ribadisce il primato dell'amore; ma quello che chiamiamo "comandamento" per Lui è Vangelo, è l'esempio che ha portato vivendo, dimostrandosi "potente in parole e opere". Parlare di amore come comandamento potrebbe farlo sembrare qualcosa calato dall'alto e da chissà chi. Amare, invece, è farsi dimorare da Dio nei gesti che compiamo ogni giorno, qualcosa che è nostro, intimo. Il verbo dimorare, inoltre, sottolinea come amare ha bisogno di un incontro che non è un mordi e fuggi, ma una relazione che va coltivata, abitata. Quando i discepoli di Giovanni gli chiedono "Maestro, dove abiti?", Gesù non fornisce un indirizzo, ma propone una relazione: "Venite e vedrete". Detto così, sembrerebbe che siamo noi per primi a giocare un ruolo nell'incontro con Dio. È un errore che fa anche Pietro, tant'è che prende mano alla spada per difendere il suo Maestro. Ma davanti a Gesù che si fa tradire e arrestare, crolla la sua idea di Dio e non lo riconosce più. Dio, allora, non desidera tanto farsi amare, ma amare. Il brano odierno è preceduto da una domanda: perché non compi azioni così potenti da farti conoscere al mondo? Non è con i miracoli che Dio si rivela, ma facendo il primo passo verso l'uomo. Oggi, questo aspetto inedito e rivoluzionario del Dio di Gesù, viene ribadito nella promessa del Paraclito, di Colui che è accanto. Lo Spirito ci ricorda, con un gioco di parole, che Dio si preoccupa di noi, occupa il nostro vivere ancora prima di desiderarlo. Da questo amore gratuito e disarmante nasce il nostro essere per Lui. Il Paraclito porta una presenza che è anche un dono: il dono della pace. Una pace che non è tranquillità né ozio, è saper sfidare il quotidiano a pieno petto, consci che Dio dimora in noi ed è dalla nostra parte. L'incipit del discorso della montagna "beati gli affaticati e gli oppressi" è poeticamente reso da Erri de Luca con "lieti gli abbattuti di vento", coloro che hanno il fiato corto perché sono schiacciati a terra e fanno fatica a rialzarsi. Gesù ha avuto il fiato corto tre volte mentre saliva sul Golgota e ha dimostrato di essere dalla nostra parte, prima ancora che ce ne rendessimo conto. Per questo la sua Resurrezione è un dono di pace, che è dinamica e diversa da quella del mondo. E allora, con la pace nel cuore, amare facendo dimorare Dio nei nostri gesti non sarà impossibile e nemmeno un rito svuotato dall'abitudine, perché diventa occasione per far riprendere fiato a chi ne ha poco, rivoluzionando l'esistenze, scontrandosi con alcuni modi di pensare. In questo periodo di crisi, spesso sentiamo di dover tirare i remi in barca, prima bisogna pensare a sé, poi agli altri. Se è vero che crisi in greco significa "svolta", allora si potrebbe cominciare rivoluzionando il nostro modo di vivere la prossimità scoprendo la bellezza rivoluzionaria di questa esperienza. Rivoluzionaria perché impone un'uscita da noi stessi per lasciarsi abitare da un'altra esistenza, bellezza perché che è specchio di Dio che dimora in noi. * studente universitario e volontario alla Casa del Giovane di Pavia