«Io ho visto», trenta storie di guerra e orrori
di VITTORIO EMILIANI Pier Vittorio Buffa è ancora uno di quei cronisti che concepiscono il nostro mestiere "andando a vedere" di persona i fatti e le persone, consumando tempo e scarpe. E che sentono la tragedia della repressione nazifascista come una storia che "si deve" testimoniare, raccontare, mai dimenticare. Io che, da bambino, ho assistito agli orrori della seconda guerra mondiale, di quel suo terribile finale, credo lo si debba ringraziare per il lavoro che saputo così ben condensare in questo suo "Io ho visto" (Nutrimenti, 365 pagine, 19,5 €) dove è insieme cronista e fotografo. Non dimenticherò finché campo l'ultima notte di occupazione nell'antica città in cui abitavamo, appena a sud della Linea Gotica, e il suono secco, ritmato, degli stivali degli uomini della Wermacht che, ritirandosi, passavano davanti all'androne del palazzo in cui eravamo rinchiusi e come ammassati gli uni agli altri, senza respirare quasi. Non dimenticherò "il passo dei tedeschi" che, assieme alla Brigata Nera, si lasciavano alle spalle lutti e razzie. Uno del Battaglione fascista della "Cammilluccia", per lo più studenti romani, me lo ritrovai al "Messaggero" e un giorno lo sentii parlare di quella loro estate del ‘44 come di una "avventura". Ne fui, tanti anni dopo, sconvolto. Ma quanti conoscono oggi la crudeltà di quel biennio 1943-45, e insieme lo spirito di coloro che si opposero, resistettero, patirono? «Sono parole che non si possono perdere», scrive Buffa. Lui è andato a cercarle «paese per paese. Dove ci sono lapidi più o meno grandi, dove molto è cambiato da quando passarono per quelle strade i nazifascisti. Ma dove ci sono anche posti rimasti come allora. Angoli dove uomini e donne ti accompagnano con un'angoscia e una serenità che non pensavi potessero coesistere». Pier Vittorio ha scarpinato, ascoltato, registrato, fotografato, assieme alla moglie Paola Medri, immersi in un itinerario che si snoda, in trenta stazioni, come una laica Via Crucis su per l'Appennino, da Vicovaro alle porte di Roma, all'Aretino, alla Lucchesia (dove Sant'Anna di Stazzema brucia ancora), passando per Marzabotto altro luogo di martirio, per Montefiorino, repubblica partigiana, per il Reggiano della famiglia Cervi, su su fino alla collina novarese e, a est, alla vicentina Val d'Astico. Parlano anziani che allora erano bambini o ragazzi e che si sono salvati per caso dalle rappresaglie di massa. Essi non possono né vogliono dimenticare, e ne discorrono con Buffa con una lucida, antica limpidezza. Sono 10-15.000 «i civili italiani uccisi dai militari tedeschi o della Repubblica Sociale Italiana tra il 1943 e il 1945». Vittime, secondo la commissione d'inchiesta conclusasi nel 2012, «di una vera e propria "terza guerra" condotta dai nazifascisti contro i civili», «con mezzi criminali». E' stato uno storico tedesco, Friedrich Andrae, ad usare per primo l'espressione – ora un punto fermo per la storiografia – «guerra contro la popolazione civile». Condotta dai volontari della Reichsführer-SS di Himmler e dalla Göring sovente affiancate da altri reparti tedeschi, dalla Brigata Nera e dalla GNR del governo-fantoccio di Salò. A volte più crudeli dei nazisti. Il libro di Buffa ha il merito di non schivare anche la parte più scottante: la "memoria divisa", la spaccatura cioè fra quanti non hanno mai accettato di giustificare le rappresaglie nazi-fasciste e quanti, all'interno di quelle piccole comunità, obiettavano che «si sapeva che i tedeschi ne uccidevano dieci per ciascuno di loro…» E' vero che i comandanti partigiani (il mio vecchio direttore Italo Pietra, comandante generale nell'Oltrepò, ogni tanto vi accennava) evitavano gli attentati dimostrativi optando per azioni aperte di guerra. Oppure testimoniavano disarmati – è il caso di Giuseppe Dossetti nel Reggiano – la loro Resistenza. Ma per i nazifascisti erano lo stesso nemici da sterminare, anche inermi. Come questo libro importante, severo, documenta, coi racconti e anche con le belle facce contadine di Cornelia, Cesira, Armando, Loretta, Celso, Stefano o Jole.