ALLA FINE IL PDL NON ROMPERÀ

di VITTORIO EMILIANI Ieri sera il barometro del Transatlantico segnava tempo variabile, con molte nubi, e però senza temporali in vista. E' possibile che il governo Letta, sia pure fra riserve e diffidenze reciproche, ce la faccia a nascere entro domenica sera. Alfano aveva parlato in termini quasi ultimativi, sui ministri e sul programma (quello del Pdl, in pratica). Berlusconi, dagli Usa, ha tirato a sdrammatizzare. Tornerà per trattare. La sua voglia di andare a nuove elezioni è presumibilmente forte quanto il margine di vantaggio nei sondaggi e tuttavia tirare troppo la corda, significherebbe inimicarsi Napolitano - che ha recisamente escluso, da subito, altri incarichi se Letta fallisce e fatto balenare le sue dimissioni - e il mondo delle imprese e del lavoro che reclama un governo governante il quale cominci a tirare su l'Italia dal pantano. Quindi non romperà. Nel Pd troppi sembrano affetti da una incurabile smania, o manìa, dichiaratoria. Dopo il siluramento quanto mai imbarazzante di Marini e quello disastroso di Prodi che pareva acclamato da tutti, i Democratici devono recuperare disciplina e unità. Nessun partito è credibile se continua ad essere un coro in cui ognuno canta un proprio spartito. Il sostegno di Renzi a Letta diventa in tal senso importante. Le elezioni in Friuli-Venezia Giulia hanno dimostrato che, nonostante litigi e risse, il Pd c'è ancora e magari vince, mentre Grillo scende nei consensi e ogni giorno si deve inventare "la morte" di qualcosa: della Repubblica, del Parlamento, del 25 aprile, e via seppellendo. La non facile trattativa in corso riguarda il programma e la composizione del governo. L'alleggerimento dell'Imu sulla prima casa è negoziabile. La sua abolizione, no. Perché poi bisogna trovare gli euro per colmare quel buco di bilancio e bisognerebbe tartassare i già tassati. Analogamente sulle misure per il rilancio del lavoro e delle imprese e per il rinnovo della Cassa integrazione in deroga. Qui aiutano la stabilità dello spread sul livello 280, il basso tasso di interesse nelle aste dei Buoni del Tesoro, risultati ottenuti con l'ombrello della Bce, con un clima europeo meno favorevole alla rigidezza tedesca (vedi ieri il commissario europeo agli Affari economici, il finlandese Olli Rehn) e anche con quanto il governo Monti ha fatto. Una mossa decisa come l'abolizione dei rimborsi elettorali ai partiti gioverà a Letta, specie dopo lo scoppio (che continua) di scandali e scaldaletti regionali. Anche per lo "scongelamento" parlamentare che egli ha chiesto al M5S. Poi, certo, c'è la riforma della legge elettorale, priorità assoluta per Napolitano e anche per Letta. I saggi "facilitatori" hanno presentato però quattro vie d'uscita: doppio turno di collegio, al quale il solo Pdl vuole legare un capo dello Stato eletto dal popolo; il sistema simil-tedesco (proporzionale con soglia di sbarramento al 5% e premio di governabilità); il sistema simil-spagnolo (piccoli collegi con soglia di sbarramento implicito che premia i grandi partiti e quelli più radicati sul territorio, e in più un premio di governabilità); ritorno al Mattarellum, ossia 75% di collegi uninominali e 25% di proporzionale regionale con preferenze. Non meno delicato il problema dei ministri che Letta vuole già esperti. Se vengono proposti, dal Pdl soprattutto, nomi "pesanti" come Alfano vice-presidente, o come gli ex Gelmini, Brunetta e altri pasdaran di partito, è difficile che la trattativa si chiuda. Più probabili diventano allora nomi meno connotati sul piano partitico, insieme a taluni dei "tecnici" (molto gettonata Annamaria Cancellieri). In tal caso la macchina del governo Letta potrebbe partire, dando le prime risposte alle attese di milioni di italiani immersi nel dramma della disoccupazione, della sfiducia, della frustrazione. O costretti, di nuovo, ad emigrare all'estero. Come non succedeva da un quarantennio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA