Come dobbiamo cercare il nostro Buon Pastore
Il brano che ci propone la liturgia è tratto dal cap. X del Vangelo di S. Giovanni (vv. 27-30). La quarta domenica di Pasqua è comunemente detta "del Buon Pastore". Gesù utilizza l'esempio delle pecore per far capire che chi si pone alla sua sequela può conoscere il rapporto che esiste tra il Padre e il Figlio, conoscenza che non si manifesta soltanto dal punto di vista intellettuale, razionale, ma che si sperimenta nell'esperienza vissuta del proprio essere col pastore buono, Gesù. Lui per le sue pecore è disposto a offrire la vita: ciò apre gli occhi e il cuore. Come possiamo noi, oggi, udire la voce del Signore e riconoscerlo? Nella preghiera (esperienza personale) e nella celebrazione eucaristica (esperienza comunitaria): nella comunità i successori degli apostoli, ovverosia i nostri pastori di oggi - vescovi e presbiteri -, fanno risuonare la voce di Cristo che chiama alla comunione con Dio e alla pienezza della vita. "Questo io vi chiedo: siate pastori con "l'odore delle pecore"", ha affermato con forza Papa Francesco durante l'omelia della Messa Crismale. Questo è ciò che Cristo chiede ai suoi pastori, questo è ciò che noi laici ci aspettiamo da loro: accettandone i limiti umani, collaborando con sollecitudine e generosità alla loro azione pastorale, pregando per il loro ministero. Così, se il Salmo 99 proclama: "Egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo", il brano degli Atti degli Apostoli ci racconta della predicazione dei primi cristiani tra i giudei, ad Antiochia di Pisidia: la parola divina, rifiutata dall'ambiente giudaico, chiuso in se stesso, attecchisce nell'ambiente pagano. E tuttavia l'atteggiamento di Paolo e Bàrnaba non è preclusivo ma inclusivo: "Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete (…) noi ci rivolgiamo ai pagani." E' come se crollasse un muro: la vita offerta dal buon pastore Gesù, pur essendo legata alla salvezza d'Israele, ne travalica i confini fino a raggiungere l'umanità. "Non c'è né Giudeo né Greco, non c'è né schiavo né libero, non c'è né maschio né femmina, perché tutti siete uno in Cristo Gesù. (Gal 3,28)" Queste parole di S. Paolo hanno due millenni di storia cristiana, pronunciate quando parlare di libertà e di schiavitù, di giustizia, di eguaglianza di tutti i popoli dinanzi a Dio, senza distinzioni né preclusioni, costava il martirio. Ora sono diritti inalienabili, aspirazione e meta del patrimonio umano: per questo e su questo l'Europa (come chiesero Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) avrebbe dovuto riconoscere le proprie radici cristiane. Senza questo, cos'altro ci resta? * Azione cattolica Pontecurone