UN PARTITO A FINE CORSA
di GIANFRANCO PASQUINO Non è bastata a Romano Prodi l'irrituale acclamazione dell'assemblea dei parlamentari del Partito Democratico a portarlo vicino all'elezione. I numeri dicono che all'incirca un centinaio fra Democratici ed esponenti di Sinistra Libertà Ecologia (che smentiscono) non ci stanno proprio a votare il fondatore dell'Ulivo. I numeri dicono anche, in maniera molto convincente, che Rodotà ha ottenuto cinquantadue voti in più della somma dei parlamentari delle Cinque Stelle. Scelta Civica si è inventata una buona candidata, il ministro degli Interni Annamaria Cancellieri, dimostrandole solido sostegno e forse preparando la strada a un riemergere quirinalizio del senatore a vita Mario Monti. Infine, nelle urne hanno anche fatto capolino quindici voti per Massimo D'Alema che stanno a segnalare che, insomma, fra gli "acclamanti" qualcuno ha deciso di riprendersi la sua libertà di voto, anche a futura memoria. Condotta nel peggiore dei modi dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani, l'elezione del presidente della Repubblica è, comunque, destinata ad avere almeno tre impatti di grande importanza sul sistema politico italiano. Il primo impatto consiste nel disarticolamento del Pd. Adesso, a maggior ragione, Bersani deve cercare di fare vincere un candidato Presidente che sia disposto a salvarlo da una fine prematura "riconoscendogli" l'incarico a formare il prossimo governo. Marini e Prodi lo avrebbero sicuramente fatto. Altri non si sa. Bersani appare, dunque, in dirittura d'uscita. Anche se, votando Chiamparino, l'ottimo ex-sindaco di Torino, i renziani hanno fatto vedere che esistono, che sanno dissentire motivatamente e che sono solidi politicamente, rischiano di essere comunque tenuti a bada e di non conquistare il partito. Se Renzi è coerente, dovranno svolgersi nuove elezioni primarie per le quali in questa fase convulsa non c'è il tempo. Con il petto gonfiato dal successo intermedio del suo candidato, un Rodotà del quale nessuno conosceva ascendenze, preferenze, inclinazioni grilline, Grillo sta aspettando che la parte maggioritaria del Pd si arrenda e converga sulla candidatura di colui che era un austero Professore garante di una privacy che certo cozza frontalmente con la pratica dello streaming. A Rodotà non dispiacerebbe affatto spaccare il Pd, partito che ha sempre sgradito e palesemente osteggiato, e costringerlo alle forche caudine del voto per lui. Abile conoscitore della Costituzione, che certamente non vuole riformare, proporzionalista inflessibile, Rodotà contraddice alcune delle politiche distintive del Pd, curiosamente accettando a suo favore la personalizzazione di questa campagna presidenziale. Certamente, l'incarico di fare il nuovo governo, che è la merce di scambio che Grillo offre al Pd, Rodotà lo darebbe a qualcuno che garantisca di essere totalmente e sempre antiberlusconiano.Tornato in testa nei sondaggi, ma tagliato fuori dall'elezione presidenziale, Berlusconi deve temere fino a un certo punto la prospettiva di un governo Pd più Cinque Stelle. Prima o poi le troppe contraddizioni di una simile alleanza, dall'atteggiamento nei confronti dell'Europa alla Tav, dalla decrescita felice alla imprescindibile necessità di crescere per creare posti di lavoro, scoppieranno, ma il presidente della Repubblica rimarrà in carica fino al 2020. E il Popolo della Libertà non sembra proprio attrezzatissimo a combattere lunghe, intense, frequenti battaglie parlamentari. Tornassero tutti - dagli ottantenni ambiziosi ai capicorrente manovrieri, dai segretari di partiti che sbagliano ai parlamentari delle Cinque Stelle che dovrebbero rappresentare i cittadini, loro sì, che li hanno eletti-, a rileggersi la Costituzione, riuscirebbero persino a scoprire la caratteristica centrale che definisce il ruolo del Presidente e che serve a sceglierlo: rappresentante dell'unità nazionale. In assenza di ragionevolezza può ancora succedere di tutto, ma difficilmente succederà qualcosa di buono. ©RIPRODUZIONE RISERVATA