Fallisce il referendum sulla chiusura dell'Ilva
TARANTO I tarantini disertano il referendum consultivo sul futuro dell'Ilva: la sfida del quorum lanciata dal Comitato "Taranto Futura", che per questo ha raccolto dodicimila firme, appare persa. Alle 19, a tre ore dalla chiusura della consultazione, l'affluenza alle urne è solo del 13,1%: perché il referendum fosse valido, invece, avrebbero dovuto recarsi alle urne il 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto (173 mila), ovvero 86.500 elettori. Erano due le domande: sì o no alla chiusura totale dello stabilimento; sì o no alla chiusura parziale dell'Ilva, cioè della sola area a caldo, quella sottoposta a sequestro dalla magistratura nel luglio 2012 perché altamente inquinante. È questo il dilemma che strazia la città e i tarantini da sempre, acuito negli ultimi mesi dalle inchieste e dagli interventi della magistratura, dall'ipotesi di disastro ambientale: lavoro o salute? Questo l'interrogativo in una città in cui i numeri sui casi di tumore, soprattutto tra i bambini, sono allarmanti, e in cui migliaia di famiglie hanno almeno un congiunto nella grande fabbrica dell'acciaio. Per dare ai cittadini la possibilità di far sentire la propria voce, il Comune ha costituito 82 sezioni, in 19 scuole e una nell'ospedale Santissima Annunziata. Nel rione Tamburi, il più esposto all'inquinamento prodotto dagli impianti del polo siderurgico, si è recato ai seggi il 9,7% degli aventi diritto e nella zona Borgo-città vecchia il 14.4%. Il quorum, dunque, già alle 19 è apparso irraggiungibile, malgrado gli appelli lanciati nei giorni scorsi da associazioni ambientaliste come Peacelink: il presidente, Alessandro Marescotti, ieri sul suo blog ha attribuito una grossa responsabilità per la scarsa partecipazione alla mancata mobilitazione del Movimento 5 Stelle. A convincere i tarantini, forse, gli inviti all'astensione e i giudizi di «inutilità» espressi da partiti e sindacati. Un voto, quello di ieri, che è arrivato, a pochi giorni dalla sentenza del 9 aprile scorso con cui la Corte Costituzionale ha stabilito che la legge 231 del 2012, la cosiddetta «salva-Ilva» è costituzionale e non lede l'autonomia della magistratura. La normativa stabilisce che l'Ilva può continuare a produrre, ma a condizione che l'azienda proceda, passo dopo passo, alla bonifica dell'area, seguendo tutte le prescrizioni previste dall'Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Intanto, il 12 aprile, il neo-amministratore delegato dell'Ilva, Enrico Bondi ha visitato la fabbrica per incontrare il direttore dello stabilimento, Antonio Lupoli, capi area e dirigenti, accompagnato dal presidente, Bruno Ferrante. Il nuovo ad ha preso immediatamente visione dello stato dei lavori nelle aree maggiormente interessate alle prescrizioni Aia, quindi parchi minerali, altoforni e cokerie.