Le due chiavi per leggere le apparizioni di Gesù

La liturgia domenicale presenta oggi il brano che funge da sigillo al quarto Vangelo, Gv, 21,1-19, in cui alcuni temi tipici della tradizione sinottica vengono ripresi e arricchiti da un evidente simbolismo. La prima parte del capitolo (vv. 1-14) rientra a pieno titolo tra i cosiddetti "racconti delle apparizioni", mentre la seconda (vv. 15-19) vede Pietro investito di quel primato preannunciato dall'evangelista Matteo: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa". La scena si svolge sul mare di Tiberìade, dove, in un giorno di ordinario lavoro, solo sette (numero della perfezione e della pienezza nella tradizione ebraica) dei dodici discepoli seguono Pietro, per affrontare una di quelle nottate di pesca infruttuosa alle quali i Vangeli ci hanno abituato. Sino a che, alle prime luci dell'alba, scorgono sulla riva Gesù, che li invita a gettare nuovamente le reti. Secondo lo schema classico dei racconti delle apparizioni, gli apostoli non riconoscono immediatamente il Maestro, mentre la rete viene trascinata a riva carica di pesci. Gesù appare veramente o sono i discepoli a vederlo? Si tratta di due modi diversi di leggere il fatto: uno obbedisce alla logica per cui il sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto sarebbero prova della resurrezione. Secondo un'altra prospettiva, invece, i racconti evangelici su Gesù risorto non sarebbero stati scritti per narrare l'esatto svolgimento dei fatti, ma per metterne in risalto il senso più profondo. Giovanni scrive negli anni 90-100, quando Cristo è ormai morto da tempo, quando la comunità cristiana, ormai in crisi e frammentata tra cristiani, giudei, pagani, mistici, filosofi gnostici, fatica a "riconoscere" Gesù. L'evangelista denuncia dunque in queste righe tutta la difficoltà del credere di una comunità ormai "orfana" del suo Cristo. Anche in Pietro, come negli altri discepoli, si legge la medesima difficoltà, nonostante egli abbia conosciuto Gesù personalmente. Egli è spesso preda delle proprie debolezze, dei propri limiti e, dopo la morte del suo Maestro, torna scoraggiato, deluso, alla vita di prima insieme agli amici. Anche noi oggi potremmo guardare Cristo senza vederlo, senza riconoscerlo, ma, come i destinatari del Vangelo di Giovanni, non siamo in una condizione sfavorita rispetto ai contemporanei di Gesù. L'intelligenza della fede non richiede necessariamente di essere testimoni oculari, ma di aprirsi ad una Speranza in grado di andare oltre il dato contingente e la storia. * docente ist. mag. A. Cairoli Pavia