Berlusconi: governo con noi o elezioni

ROMA Silvio Berlusconi ha voluto che il messaggio fosse scritto a caratteri cubitali dietro le sue spalle: 'o un governo forte oppure il voto', con lui candidato premier. Alla vigilia della settimana in cui sarà eletto il nuovo presidente della Repubblica, l'ex capo del governo non ha nessuna intenzione di abbassare i toni. Anzi, l'ultimatum che invia dalla piazza del capoluogo pugliese (la seconda kermesse dopo quella di Roma) a Bersani è netto: se non c'è un esecutivo forte l'unica strada è quella del ritorno alle urne a giugno. Il Cavaliere stronca Prodi e attacca Bersani, colpevole di aver «paralizzato» l'Italia tenendola «da più di quaranta giorni senza un governo». «Ora basta - accusa - non abbiamo l'anello al naso, Bersani capisca che non pettiniamo bambole.» L'ex capo del governo è un fiume in piena: accusa il Pd di «mettere la democrazia sotto i piedi», insistendo affinchè Bersani «collabori con il Pdl invece di rincorrere la premiata ditta Grillo-Casaleggio ». Altrimenti, avverte, «ci sono le elezioni a giugno». Appuntamento che il Cavaliere fa sapere di non temere «i sondaggi ci danno in vantaggio, siamo al 34%, possiamo vincere ed io sarò il candidato premer». Il livore è lo stesso anche quando il Cavaliere se la prende con con le «associazioni interne alla magistratura che assomigliano a delle società segrete. Si parla di trasparenza ed è giusto che chi decide della libertà di una persona sia trasparente e dica se è iscritto o meno ad un'associazione». Pier Luigi Bersani ieri ha scelto invece Corviale, quartiere difficile di Roma dominato dal "mostro" edilizio del Serpentone. Nomi per il futuro Capo dello Stato non ne fa ma scava la trincea intorno all'unica intesa possibile: una ricerca «onesta fino a prova contraria» e soprattutto nessuno scambio con il governo perché il leader Pd assicura ai militanti che lui «non cede» al Cavaliere perché «un governissimo non è la risposta ai problemi». Il segretario Pd manifesta, insieme al presidente del Lazio Nicola Zingaretti e a Ignazio Marino, candidato sindaco del centrosinistra, ma pochi parlamentari, «contro la povertà e per un governo del cambiamento». Ricordando la sua attività da ministro, manda poi un primo segnale destinato ad alimentare gli scenari dei retroscenisti e ad allarmare ancora di più Berlusconi: «Era l'inizio del governo Prodi ed io come altri facemmo parecchie leggi che cambiavano qualcosa sul serio perché cambiare si può, non è vero che siamo tutti uguali». E ad un governo che riesce a innovare"di cambiamento", spera ancora di arrivare Bersani, nonostante i "no" di Pdl e M5S. A Berlusconi, Bersani ribadisce che non è disposto ad alcun baratto fra Quirinale e governo. «Siamo al paradosso - attacca - vengono a spiegare a noi che la situazione è drammatica e bisogna fare qualcosa. E ce lo dice chi per anni ha detto che i ristoranti erano pieni, ne ha fatte di cotte e di crude, raccontando demenziali panzane». Toni durissimi, da campagna elettorale, per chiudere ad ogni tentazione, diffusa anche nel Pd, di un abbraccio mortale con Berlusconi per un governo di scopo. Se, però, nel Pd, ripete ancora una volta il segretario, furioso contro chi, come Matteo Renzi, lo dipinge «testardo» e senza dignità, si pensa che lui sia «un intralcio alla causa», è pronto a farsi da parte.