Noi, "gemelli" di Tommaso tra scetticismo e adorazione
Il Vangelo di Giovanni continua il racconto degli avvenimenti svoltisi nel giorno della resurrezione. La sera, i discepoli avevano chiuse le porte del Cenacolo per paura dei Giudei, ma Gesù venne in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Poi mostrò le ferite, i discepoli lo riconobbero e provarono una grande gioia. Attraverso questa sequenza capiamo tante cose: Gesù ha seguito fino in fondo la volontà del Padre e non rimprovera i suoi amici per non averlo difeso, ma augura loro la pace. Sa che non hanno ancora compreso la sua resurrezione, ma affida ai suoi discepoli la missione di essere suoi messaggeri e, con un soffio, effonde su di loro lo Spirito Santo. Si tratta di una consacrazione divina dei discepoli a essere gli annunciatori del Risorto. Per questo viene sigillata con il dono dello Spirito Santo, grazie al quale ricevono anche il potere di rimettere i peccati. Questo potere di perdonare i peccati è riservato a Dio e a suo Figlio. Nel giorno della sua resurrezione Gesù conferisce questa facoltà divina alla sua Chiesa. L'evangelista continua il racconto precisando che uno dei Dodici, Tommaso, chiamato Didimo, era assente. Didimo, in greco, significa "gemello" e i gemelli biblici (es. Esaù e Giacobbe) esprimono di solito un'antitesi: grossolanità e astuzia, bramosia e calcolo… Così è anche per Tommaso, combattuto tra fede e dubbio. Ma di chi è gemello Tommaso? Il Vangelo non ne parla. Forse vuol suggerirci che Tommaso sia il nostro "doppio", l'alter ego di noi cristiani che viviamo la tensione tra vedere e credere, tra scetticismo e adorazione. Quando seppe dell'apparizione, egli dichiarò apertamente: "Se non vedo e non tocco, non credo". Vediamo qui chiaramente perché Tommaso è il nostro "gemello": noi cristiani, come lui, non c'eravamo quel giorno. La nostra fede, come quella di Tommaso, è basata su una testimonianza, quella degli apostoli. Allora, come credere? La questione ci tocca tutti da vicino: è in gioco la base della vita cristiana. Otto giorni dopo Gesù venne di nuovo e invitò Tommaso a toccare le sue ferite per credere, ma questi si guardò bene dal farlo. Anzi, l'evangelista mette in bocca a Tommaso la più alta professione di fede di tutti i Vangeli: "Mio Signore e mio Dio!". Paradossalmente è proprio lui, l'incredulo Tommaso, a riconoscere per primo in Cristo il "Signore e Dio". L'episodio termina con un velato rimprovero di Gesù a Tommaso e con l'esaltazione della fede pura di coloro che "pur non avendo visto crederanno". La beatitudine viene così estesa ai futuri discepoli e a noi che la domenica sperimentiamo spiritualmente la presenza di Gesù nell'Eucaristia. * animatrice parrocchiale Balossa Bigli