Riconosce figlio non suo condannato un bronese

di Carlo E. Gariboldi wBRONI Rischiava una pena severa, ma il giudice del tribunale di Voghera, Roberto Amerio, ha riconosciuto i motivi di particolare valore morale e sociale. Così, ieri mattina, Alessandro Vercesi, un bronese di 46 anni è stato condannato solo a cinque mesi e dieci giorni di carcere. E grazie alla sospensione condizionale della pena l'uomo rimarrà incensurato (sempre che non commetta reati gravi nei prossimi cinque anni). Il fatto è stato ricostruito dalla pubblica accusa. Alessandro Vercesi, tre anni fa conviveva con una donna dell'Ecuador, insieme aspettavano un bambino. Lei aveva già un bimbo, frutto di una precedente relazione, ma Vercesi si era già affezionato a questo bambino, come se fosse suo figlio. La donna in Italia risultava ancora clandestina. Così, per poter dare un minimo di certezze al bambino arrivato con la mamma dal Sudamerica, Vercesi - siamo nella primavera del 2010 - si presenta all'ufficio anagrafe del Comune di Broni e dichiara una circostanza palesemente falsa: «Quel bambino è mio figlio naturale». Un'affermazione che regge fino a quando non si occupa del caso il tribunale dei minori di Milano, che svela la dichiarazione infedele. «Il signor Vercesi non ha mai cercato di nascondersi - ha spiegato al giudice l'avvocato Roberta Russo - anche quando è stato chiamato dai carabinieri ha detto la verità: ha ammesso la dichiarazione mendace, precisando sempre di averlo fatto a fin di bene. E ha anche spiegato di voler aiutare il bambino, perché questo non si sentisse diverso dall'altro figlio della mamma, quello nato in Italia. Lo ha fatto perché era giusto - ha incalzato l'avvocato rivolgendosi al giudice Amerio - e non possiamo non tenerne conto».. «Io credo che la giustizia debba essere anche a misura d'uomo - ha spiegato l'avvocato Russo in attesa della sentenza -. E in tribunali come questo, a Voghera, spesso è così». Il legale di Alessandro Vercesi chiedeva l'assoluzione dell'imputato, un'assoluzione che non è potuta essere, ma il giudice ha riconosciuto tutte le circostanze attenuanti, compresa quella che molto raramente viene ammessa dei «motivi di particolare valore morale e sociale». Per il pubblico ministero, invece, non essendoci dubbi sulla responsabilità dell'uomo per quanto attiene alla falsità della dichiarazione fatta davanti all'ufficiale di stato civile di Broni, la pena non poteva essere inferiore rispetto a otto mesi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA