Il vescovo: «No ai preti che lo fanno per mestiere»

di Anna Ghezzi wPAVIA Papa Francesco a Roma ha esortato i sacerdoti a non essere tristi o burocratici «collezionisti di antichità», il vescovo di Pavia Giovanni Giudici davanti a una novantina di sacerdoti della diocesi di Pavia li ha invitati a «non diventare preti che fanno il mestiere del prete», perché «la predicazione non più diventare un adempimento dovuto, vissuto magari con fastidio». Nella messa del Crisma, i sacerdoti fanno memoria dell'ordinazione e rinnovano le promess: «Coltivare i rapporti coi confratelli – ha detto Giudici – non è una scelta facoltativa, perché siamo la Chiesa, un'unica comunità di servitori». E come ogni anno ha invitato i sacerdoti a evitare «l'isolamento, l'autosufficienza, per non cadere nell'assuefazione al Vangelo», e a pensare «non solo all'efficienza, ma alla necessità di presentarsi al mondo come uomini, credenti, sacerdoti non a parole ma con la propria vita messa a disposizione». Senza dimenticare la fatica quotidiana dei sacerdoti «le preoccupazioni e le cose da fare, il senso di disagio a proposito della vita del prete e dello stesso esercizio del ministero». Giudici ha ricordato «la libertà interiore di Benedetto XVI e la «nuova primavera della Chiesa fatta di segni inaspettati e di parole impreviste», facendo riferimento all'elezione di Papa Francesco, che «ha aperto i cuori di credenti e non sottolineando l'urgenza della carità evangelica e dell'annuncio cristiano ai poveri». «Un invito impegnativo, ma pienamente condivisibile», commenta don Paolo Pernechele, parroco a Torrevecchia Pia e Vidigulfo. «La novità nei gesti e nelle parole del Papa, ripreso dagli inviti del vescovo, è stimolante – spiega don Giulio Lunati, parroco di San Michele – per vivere meglio la nostra vocazione, uscendo dalla routine e ritornando a umiltà, gioia, servizi, vicinanza alla gente». «Un richiamo forte a non dimenticare la bellezza della nostra missione – afferma don Carluccio Rossetti di santa Maria di Caravaggioi – E' un servizio, non un mestiere. Noi per primi dobbiamo essere aperti al mondo, ai poveri, ai non credenti, anche se è difficile mediare tra la teoria e la pratica». «Serve passione, entusiasmo, – spiega il parroco di Villanterio, don Luca Roveda – Anche se è difficile fare comunità, perché culturalmente siamo portati ad agire individualmente e i ritmi rendono difficile l'incontro, è fondamentale andare in questa direzione». E don Franco Tassone (SS. Salvatore) conclude: «Quando si comincia a vivere la vocazione come un lavoro, si perde la capacità di innamorarsi delle persone che si incontrano. Ci sono sere in cui sono stanchissimo, ma sereno, perché sono riuscito a stare vicino a un confratello o un fedele che aveva bisogno». Durante la celebrazione sono stati ricordati don Lino Casarini, parroco di Bereguardo e Zelata e don Angelo Beretta, parroco di Trivolzio, per il cinquantesimo anniversario di ordinazione; don Dante Lampugnani di Giussago, Carpignano, Turago Bordone e don Marco Palladini, di Albuzzano, Barona e Vigalfo per il venticinquesimo anniversario di ordinazione, don Cosma di Tano, assistente spirituale della Fondazione Maugeri, e don Enrico Rastelli di Cura Carpignano e Prado (25° di ordinazione).