LE DATE DELLA STORIA

di Roberto Lodigiani wPAVIA Marzo 1943. Trecento donne della Cementifera di Broni trovano il coraggio di sfidare carabinieri e autorità fasciste per ottenere l'aumento dei salari e condizioni migliori di vita all'interno della fabbrica. La protesta operaia partita dalla Fiat di Torino e destinata a propagarsi rapidamente in tutto il Nord Italia scuote il regime, già minato da quasi tre anni di una guerra disastrosa, con l'impero coloniale ormai ridotto a un lembo di Tunisia (l'armata italotedesca in Africa si sarebbe arresa agli angloamericani il 13 maggio), gli effetti devastanti dei bombardamenti alleati, la fame e la miseria sempre più nera. La notizia delle agitazioni nel vicino Piemonte arriva a Broni verso il 20 del mese, «per il tramite di alcuni dirigenti della Cementifera – racconta Bruno Frigerio, operaio comunista (testimonianza tratta dal libro Donne nella Resistenza dell'Oltrepo, di Ugo Scagni) – che essendo originari di Casale Monferrato, erano stati informati della lotta avviata nella loro città». Gli scioperi, nati spontaneamente, sono subito sostenuti dalle cellule del Pci ancora attive in alcuni stabilimenti dopo vent'anni di fascismo, compresa la stessa Cementifera. Qui, però, «autentiche protagoniste sono le donne – sottolinea Giulio Guderzo ne L'altra guerra – il cui salario reale era stato notevolmente intaccato dall'inflazione. Ed è stata la loro combattività a evitare che la manifestazione producesse guai seri al principale indiziato dell'agitazione». Guderzo si riferisce a Frigerio, che è in stretto contatto con il fiduciario del partito Angelo Bignami e coordina le due cellule comuniste dello stabilimento, una presenza organizzata ancora pressochè allo stato embrionale, visto che, su mille dipendenti, solo sette ne conoscono l'esistenza. Frigerio viene prelevato dai carabinieri e condotto in caserma, di fatto in stato di arresto. Le operaie reagiscono sfilando in corteo nel centro del paese, fino ad ottenerne il rilascio. La protesta rientra senza spargimenti di sangue e con i ritocchi salariali richiesti. Ma la vera novità del caso Cementifera è il ruolo di primo piano svolto dalle donne. Relegate in casa dal regime, «angeli del focolare» sottomesse al maschio e dedite alla moltiplicazione della specie, secondo gli stereotipi più beceri della propaganda, con la guerra e la maggior parte degli uomini abili al fronte, sono state giocoforza proiettate in una dimensione nuova di riscatto sociale, entrando in massa negli uffici, nei campi, nelle fabbriche. E la Resistenza stessa si gioverà del loro contributo fondamentale, in particolare nell'Oltrepo Pavese, fulcro del movimento partigiano. L'onda lunga dei sommovimenti operai, intanto, impiega mesi per raggiungere Pavia. Ma alla fine ci arriva. «All'inizio di agosto – scrive ancora Guderzo – si muove quella che, sotto molti aspetti, può essere considerata l'azienda leader della provincia: la Vittorio Necchi. Il suo reparto più agguerrito, la fonderia, avanza la prima rivendicazione, sollecitando "un aumento salariale, motivato, secondo l'Unione industriali, dalla staticità delle paghe per alcune particolari situazioni del reparto». La trattativa viene condotta, per l'azienda, da Gino Gastaldi, «a ragione considerato il più serio referente della parte padronale». La Necchi cede e concede un aumento delle paghe. Tempo due settimane, ed entra in subbuglio l'intero comparto metalmeccanico: ancora Necchi, poi Caser, Cattaneo, Lanfrancho, Mangini, Moncalvi, Saimac, Torti; operaie di nuovo in prima linea alla Galbani e alla Fivre. Neppure l'armistizio, e l'occupazione tedesca, fermano l'agitazione operaia in provincia. Già il 14 settembre, una settimana dopo la resa agli Alleati, si muoveranno le maestranze di Necchi e Moncalvi, Visa e Merli a Voghera, ancora la Cementifera a Broni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA