«Il boss coperto per ragion di Stato»
L'ex capo del Ros Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato in relazione alla mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nei primi anni Novanta, non avrebbero agito perché «collusi» o «per paura», ma perché «in un determinato e delicato frangente storico, obbedendo a indirizzi di politica criminale per contrastare le stragi, hanno ritenuto di trovare un rimedio assecondando l'ala più moderata di Cosa nostra». Lo ha detto il Pm Nino Di Matteo, che ha iniziato ieri la sua requisitoria davanti al Tribunale di Palermo. Gli imputati si sarebbero mossi «per favorire la fazione riconducibile a Provenzano» e al fine di garantirne «la leadership in Cosa nostra hanno ritenuto necessario garantire il perdurare della sua latitanza». Secondo il pm una parte delle istituzioni «per un'inconfessabile ragione di Stato, ha cercato e ottenuto il dialogo con l'organizzazione mafiosa nel convincimento che fosse utile a fermare le manifestazioni più violente della criminalità. Questo è un processo drammatico – ha sottolineato – in cui lo Stato processa se stesso».