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di Antonino Palumbo wROMA Velocissimo, anche quando ne avrebbe fatto a meno. Riservato come sempre, anche nella malattia che lo ha spento alla vigilia dei 61 anni. E' morto ieri a Roma Pietro Mennea, leggenda dello sport italiano, il più «nero» dei velocisti bianchi, fonte d'ispirazione e orgoglio nazionale di un'intera generazione di sportivi fra gli anni Settanta e Ottanta. Primatista del mondo dei 200 metri piani per 17 anni, medaglia d'oro sulla stessa distanza ai Giochi di Mosca nel 1980, Mennea era nato a Barletta ed esercitava la professione di avvocato. E' stato anche eurodeputato e dirigente sportivo, oltre ad aver scritto numerosi libri. Mennea è stato uno degli atleti capaci di incollare alla Tv gli italiani. Era l'alter ego della nazionale di calcio, che negli stessi anni illuse ad Argentina '78 e poi trionfò a Spagna '82. Il "recupera" pronunciato cinque volte, con emozione crescente, da Paolo Rosi nella telecronaca dei 200 metri delle Olimpiadi di Russia, l'hanno sussurrato e poi urlato milioni di spettatori. Con Sara Simeoni è stato l'icona di un'epoca: «Oggi mi rendo conto del significato di quei risultati, nati dalla voglia di fare questo sport seriamente e con una determinazione senza pari: la tenacia di Pietro era famosa. Mennea era un solitario, ma solo perché inseguiva i suoi obiettivi con serietà. Il divertimento veniva in second'ordine». Un ritratto che fa il paio con quello di Livio Berruti, predecessore di Mennea, oro sui 200 metri alle Olimpiadi di Roma 1960: «Scompare un asceta dello sport, interpretato sempre con ferocia, volontà, determinazione». Lo sport italiano piange una leggenda. Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha disposto bandiera a mezz'asta listata a lutto e minuto di silenzio prima di tutte le manifestazioni sportive in programma fino a domenica: «La mia generazione è cresciuta con il mito di Mennea. Ha compiuto imprese storiche con un fisico apparentemente normale». Un minuto di silenzio anche allo stadio di Ginevra, prima dell'amichevole di calcio Italia-Brasile. Per il presidente della Federazione Italiana Atletica Leggera, Alfio Giomi, Mennea era «un grande uomo di sport, ma anche un grande amico». Pioniere della lotta al doping, Mennea è stato però accantonato dal suo ambiente, una volta appese le scarpe al chiodo. Era un personaggio «verticale», incorruttibile, diretto e poco diplomatico. Scomodo. Un personaggio vero, autentico, anche per questo diventato modello di altri grandi sportivi come Josefa Idem, Stefano Baldini, Giuseppe Abbagnale, Maurizio Damilano e Novella Calligaris. Orgoglio italiano, orgoglio «terrone». Lo chiamavano la Freccia del Sud e della sua periferia s'è ricordato persino a Città del Messico, quel 4 settembre 1979, dopo aver stampato sui 200 metri piano il 19"72 inattaccabile fino all'avvento di Michael Johnson, ad Atlanta 1996. Un tempo che tutt'ora è record europeo e che ha ispirato l'omonimo film sulla vita di Mennea, diretto da Sergio Basso. «Un ragazzo del Sud, senza pista, oggi è riuscito a fare il record del mondo», disse Mennea ai microfoni, dopo l'impresa alle Universiadi. Il ragazzino che correva sulla sabbia e sfidava (vincendo) la Porsche sui 50 metri era diventato grande. Dopo la vittoria di Mosca, Barletta si riempì di caroselli: «Sembrava una finale dei mondiali» ricordano nella sua città. Francesco Mascolo, il suo primo allenatore, rivela: Mi aveva detto che, quando sarebbe guarito, mi avrebbe raccontato la sua malattia. Porterò per sempre Pietro nel mio cuore come un figlio». Nel pomeriggio si è unito al ricordo di Pietro Mennea, con un omaggio floreale tricolore di commiato, anche il presidente del Consiglio Mario Monti. Stamattina, dalle 9, la camera ardente nel Salone d'onore del Coni al Foro Italico di Roma. I funerali saranno celebrati domani, alle 10, nella basilica di Santa Maria all'Aventino. ©RIPRODUZIONE RISERVATA