Bersani-Renzi, scontro sul dossier

di Maria Berlinguer wROMA Nel Pd scoppia la guerra dei dossier. Matteo Renzi prende formalmente le distanze dalle indiscrezioni su stipendi di dirigenti e funzionari legati a Pier Luigi Bersani pubblicati sulla stampa e riportati ieri, voce per voce, dal sito " Dagospia". Ma a largo del Nazzareno, sede del Pd, cresce il clima di sospetto per le mosse del sindaco di Firenze che, accusano gli uomini del segretario, avrebbe già cominciato la sua campagna elettorale, deciso a bruciare i tempi. E' la lista dettagliata dei compensi di funzionari, addetti stampa e uomini della segreteria Pd, finita nel tritacarne mediatico, a scatenare l'ultima guerra in casa democratica. E poco conta che dallo staff ristretto del primo cittadino di Firenze si precisi che dietro il dossier finito nelle mani di alcuni giornalisti non ci sia Renzi. Il primo a minacciare azioni legali è Antonio Misiani, il tesoriere del Pd. «Più che un dossier siamo di fronte a una patacca che contiene una quantità di informazioni errate e di cifre campate in aria», attacca Misiani. In casa democratica fanno notare che il dossier è una palese violazione della privacy per chi è stato coinvolto nella vicenda e che un conto è rendere noti i compensi di dirigenti e portavoce un altro è pubblicare nomi e conogni di impiegati e funzionari. Guarda caso, aggiungono maliziosamente, nell'elenco non appare nessun renziano a libro paga del partito. Quanto basta per l'entourage del segretario per immaginare che dietro la diffusione delle notizia ci sia qualcuno legato al sindaco rottamatore. «Nessuno vuole sabotare Bersani ma il finanziamento pubblico ai partito è da abolire», scrive su Facebook Renzi che nei giorni scorsi ha più volte ricordato di aver proposto da tempo ai democrat di rinunciare ai rimborsi elettorali. A pochi giorni dall'apertura delle Camere i rapporti tra Bersani e il suo principale sfidante alle primarie sono pessimi. Al segretario del Pd, impegnato in una difficilissima partita per provare a trovare l'appoggio sempre più improbabile del Movimento 5 Stelle sulla sua agenda di otto punti per il governo, non sarebbe piaciuta affatto l'uscita di Renzi che lo ha invitato ad aggiunge proprio l'abolizione tout court del finanziamento pubblico. Bersani ha letto la sortita renziana come il tentativo di scavalcarlo. «Siamo prontissimi a discutere la nostra proposta sulla revisione dei finanziamenti pubblici ma non siamo dell'idea che la politica sia solo dei miliardari», ripete Bersani ai microfoni del Tg2. Per il segretario del Pd è giusto aprire ai finanziamenti dei privati alla politica, ma non basta e soprattutto è necessaria una nuova normativa che preveda la totale trasparenza di bilanci e spese della politica. Se Renzi si tira fuori dalla partita nella pattuglia dei renziani approdati in Parlamento sono in tanti a insistere perché il Pd si decida a dire basta al finanziamento pubblico della politica. Soprattutto ora che l'incredibile tsunami grillino ha riportato il tema all'attenzione di tutta l'opinione pubblica. «Ci auguriamo che il Pd abbia uno scatto d'orgoglio e di coraggio», chiede Simona Bonafè, fedelissima di Renzi e suo ex portavoce ora approdata a Montecitorio. Nel Pd la guerra per la premiership è solo rinviata. ©RIPRODUZIONE RISERVATA