Racket della prostituzione ora si indaga sull'omicidio
«Presenterò un'istanza per un interrogatorio, perché il mio assistito vuole essere sentito dal pubblico ministero, in quanto si dichiara completamente estraneo ai fatti». Lo dice l'avvocato Paolo Larceri, legale di Paolo Imbalzano, 35 anni, figlio del comandante della polizia locale di Abbiategrasso. Secondo l'accusa,«Imbalzano faceva da autista alle prostitute interessate all'indagine ed ha svolto il ruolo di "factotum" del gruppo criminale fino a marzo 2012», gestito dai romeni. Leggendo le carte, risulterebbe che Imbalzano avrebbe accompagnato varie donne. Fino a quell'epoca, infatti, Imbalzano risiedeva alla Belcreda e, secondo quanto riferisce il suo legale, quello era l'unico locale dove poteva recarsi in paese. Negli stessi documenti, sono poi riportate le intercettazioni telefoniche, dove si evince che le ragazze coinvolte nell'indagine non avessero il numero di telefono di Imbalzano e che, quando loro sono riuscite ad avere il suo numero di telefono e quindi a contattarlo, questi si sia rifiutato di portare l'occorrente, ovvero i preservativi, alle ragazze perché aveva la macchina rotta. (s.bo.) di Filiberto Mayda wVIGEVANO "Alba Nostra", l'indagine non è chiusa del tutto. Ci sono ancora da chiarire, almeno in parte, episodi precedenti, anche quel terribile omicidio del 17 maggio 2012, quando nelle campagne della Sforzesca fu massacrata la prostituta Amalia Murgu, assassinio che nessuno era riuscito a spiegare. Quella morte brutale non è stata dimenticata da carabinieri e magistrati. La maxi indagine "Alba Nostra", ammette un investigatore, potrebbe aggiornare il già corposo fascicolo depositato in procura. Proprio per questo, ora, il pubblico ministero potrebbe decidere di interrogare i clienti di alcune delle prostitute coinvolte in quest'ultima inchiesta. Perché una parola, un nome, un particolare, potrebbero dare una svolta e rendere giustizia ad Amalia. Una delle vittime della ferocia del racket che oggi sembra sia stato a sua volta colpito mortalmente. Intanto le ragazze sono tornate subito in strada a cercare clienti. Un investigatore, ieri mattina in procura, allargava le braccia sconsolato: «Che vuole farci, per loro siamo noi il problema, non quei criminali che le violentavano e le sfruttavano, ma che erano anche i loro datori di lavoro...». Sotto l'acqua battente e un ombrello colorato per farsi notare, le prostitute lomelline sono ricomparse sulla circonvallazione di Vigevano, verso Abbiategrasso, alla Sforzesca, alla Belcreda di Gambolò, alla frazione Torrazza e alla zona industriale di Borgo San Siro, sulla circonvallazione di Gropello e al rondò del casello, sulla provinciale 206. Una più ardita era anche sulla discesa della Podazzera, a Vigevano, qualche centinaio di metri prima del ponte sul Ticino. Non tutto è perfetto. Anche questa complessa inchiesta "Alba Nostra", nata da una stretta collaborazione investigativa tra i carabinieri del capitano Cassese e del colonnello Di Gregorio e il sostituto procuratore Mario Andrigo, lascia un po' d'amaro in bocca. «Noi le chiamiamo schiave, ma già ieri cercavano un nuovo protettore...», racconta chi ha collaborato a portare in cella ben 45 persone, un vero e proprio racket della prostituzione che aveva visti alleati, dopo una lunga serie di delitti e scontri a fuoco, i feroci albanesi con romeni, famiglie rom, italiani, egiziani. Un gruppo criminale che controllava il territorio, gestiva le ragazze, distribuiva gli incassi quotidiani. Stroncato, raccontano oggi gli investigatori, da un colpo di fortuna e un'indagine, quella sì, quasi perfetta. E' la mattina del 22 ottobre del 2011, centro di Cassolnovo. I carabinieri, forse quelli della stazione, notano uno strano e continuo via vai in un appartamento. Ragazze vistose, in «abiti succinti » recita una segnalazione, quasi tutte dell'est Europa, con loro dei romeni, alcuni noti ai militari. Ogni tanto spuntano macchine di lusso, che contrastano con l'abbigliamento degli uomini. Non ci vuole molto a capire che ci sono sfruttatori e prostitute, che magari in quell'appartamento ricevono anche clienti. Primo vertice tra il sostituto procuratore Andrigo e gli ufficiali dei carabinieri e si decide di non intervenire. «Vediamo cosa capita...», propone il capitano dei carabinieri Cassese al pm Andrigo. Tutti d'accordo. E si controlla quella casa di Cassolnovo, si intercettano i telefoni, si filma e si fotografa. Così nasce l'indagine più importante di Vigevano degli ultimi anni. Ieri, sono iniziati i primi interrogatori, sono state richieste le rogatorie internazionali, fino a tarda sera, negli ultimi giorni, magistrati, polizia giudiziaria e dipendenti di tribunale e procura hanno lavorato senza sosta, senza guardare l'orologio. Emerge, da indagini e interrogatori, una rete criminale sì, ma anche molto "familiare", con i soldi del business del sesso - circa 5 milioni di euro l'anno - distribuiti tra decine e decine di persone, prostitute comprese, soldi non investiti in altre attività criminali, raccontano in procura, ma per mantenere famiglie in Italia, in Albania, in Romania. Tant'è che alcuni albanesi, accanto a questo racket, gestiscono anche delle attività commerciali apparentemente legali, e alcuni sono imprenditori edili.