Daniele Ronda: «Le mie canzoni tra folk e fantasia»

PAVIA "Non esite peggior cieco di chi non sa sognare. Perché noi pazzi sappiamo mescolare realtà e immaginazione. Io sono contento perché ora lo so, che c'è una sirena nel Po". Canta così Daniela Ronda, il trentenne cantautore folk di Piacenza, erede di Davide Van De Sfroos, che sta riscuotendo un grande successo con il suo secondo disco "La Sirena del Po" (uscito a fine 2012, già presentato Parigi e in uno concerto sold-out al Palabanca di Piacenza) che farà tappa questa sera a Spaziomusica, accompagnato dall'immancabile band Folklub (ore 22.30, ingresso 10 euro). Dopo aver scritto e arrangiato per dieci anni brani di successo di artisti nazionali e internazionali, a 27 anni (era il 2011), Ronda decide di interrompere l'attività di autore pop e dance, per puntare tutto su se stesso. Il ritorno a Piacenza, dopo un periodo di lunga assenza dalla sua città natale, condiziona anche il percorso artistico con il quale rivisita le radici e i valori della sua cultura e già nel 2011 pubblica il primo album "Daparte in folk" (5mila copie vendute e la consacrazione a una delle voci più autorevoli del folk italiano) che contiene i duetti con Davide Van De Sfroos e Danilo Sacco, ex cantante dei Nomadi. Dal disco vengono scelti alcuni brani per la colonna sonora del film "L'eredità è dietro l'angolo" (con Sergio Muniz e Debora Caprioglio), un'ulteriore conferma del talento di Daniele Ronda che affascina per le scelte musicali e i testi, carichi di immagini e, spesso e volentieri, scritti in dialetto (nel 2012 vince il premio Mei come "Miglior progetto musicale sul dialetto dell'anno"). Ronda, perché ha deciso di scrivere molte delle sue canzoni in dialetto? «Non l'ho scelto, è che quelle canzoni mi vengono in dialetto istintivamente, quando le penso nascono così. Per me il dialetto non è una lingua, è una forma di comunicazione che porta con sé colori, toni e un'espressività che non sempre si può rendere in italiano. Quando i miei nonni mi sgridavano lo facevano in dialetto, e aveva tutta un'efficacia particolare. Ogni parola in dialetto racconta la storia di un popolo, è la sua forza. Dici una parola in dialetto e ti si apre un mondo». Non traduce mai le canzoni in dialetto anche in italiano? « E' capitato solo per "La nev e 'l sul" del primo album "Daparte in folk". La versione in dialetto apre l'album, quella in italiano lo chiude. Ad oggi quella è l'unica canzone che ha una versione anche in italiano, perché in quel caso mi è venuto naturale, è stata un'esigenza. Durante i concerti mi diverto a mescolare le due versioni». C'è un filo conduttore nell'album "La sirena del Po"? «Ci sono delle cose che danno un senso al fatto che questi pezzi stiano tutti nello stesso album, è un disco che parla di sogni, origini e terra. Dentro alla "Sirena del Po" ci sono un po' tutti questi significati: sia l'importanza di continuare a sognare, che quella di credere in se stessi. La Sirena del Po forse esiste davvero, può anche essere una persona speciale. Nessuno può giudicare le fantasie di un altro, perché quello che vedo io può anche essere quello che non vedi tu». Quella con il Folkclub è una collaborazione fissa? «Sì, fin dall'inizio. Tutto il mio progetto "Daniele Ronda" è nato insieme al Folklub, anche se è una formazione particolare, che più che ad una band assomiglia ad un laboratorio sempre aperto. Al nucleo portante (Sandro Allario a fisarmonica, pianoforte, organo, cornamusa e cori, Carlo Raviola a basso e cori, Lorenzo Arese a batteria e cori e Gianni Satta a tromba e tastiere) si aggiungono di volta in volta altri strumenti». (m.pizz.)