LA RIVINCITA DELLA NATURA
VOGHERA Erano in due, un agguerrito sparvierO e un più piccolo e spaventato storno. Entrambi gli uccelli, il cacciatore e la sua preda, si sono schiantati qualche giorno fa contro la vetrata di un palazzo nel centro di Voghera, morendo sul colpo. Che un rapace di foresta si sia ritrovato a cacciare in pieno centro abitato può sembrare un evento insolito, ma in realtà non troppo difficile da spiegare: «Lo sparviero - spiega Francesco Gatti, ricercatore del museo di Scienze naturali - fa parte di un più ampio gruppo di volatili che si sono stabiliti in città ormai da diversi anni. In questo ambiente, infatti, hanno trovato una serie di elementi che ne favoriscono la sopravvivenza: innanzitutto più cibo e temperature più elevate tutto l'anno, ma anche la presenza di luoghi adatti alla nidificazione come i parchi comunali, gli argini dei corsi d'acqua (è il caso della boscaglia sulle rive dello Staffora) e gli stessi edifici, che sostituiscono egregiamente le pareti rocciose. Il caso dello storno è invece un po' diverso – continua Gatti – fa parte di quelle specie che negli ultimi anni hanno anticipato il rientro dalla migrazione invernale o che addirittura non si spostano più, probabilmente (ma è solo un'ipotesi) a causa dell'aumento delle temperature. Purtroppo, però, entrambi non hanno ancora imparato a difendersi dalle vetrate, che costituiscono una delle principali cause di morte di questi animali». Gli uccelli, comunque, non sono gli unici animali ad aver modificato le loro abitudini per adattarsi ai mutamenti che si sono verificati sul nostro territorio. Il primo e più importante di questi cambiamenti riguarda l'aumento delle superfici boschive, che nelle zone collinari e montuose stanno progressivamente sostituendo aree un tempo coltivate: tale fenomeno ha inevitabilmente attirato verso la catena appenninica tutta una serie di animali che da anni si erano spostati altrove o erano scomparsi a causa della caccia indiscriminata come i caprioli, i daini e (anche se meriterebbero un discorso a parte) i cervi, nonché un maggior numero di cinghiali. E quando le prede non mancano, si sa, arrivano anche i predatori. Si spiega principalmente così il fatto che già dagli anni Settanta-Ottanta siano tornati ad abitare le nostre montagne piccoli gruppi di lupi provenienti dagli Appennini centrali e meridionali. «Questo timido ritorno – puntualizza ancora Gatti- è un segnale indubbiamente positivo per il nostro ecosistema, che non deve creare facili allarmismi. E' vero, infatti, che il lupo d'inverno si spinge fino a quote anche molto basse per trovare cibo e temperature meno rigide, ma è decisamente improbabile che si avvicini all'uomo. Tutt'al più potrebbe attaccare qualche capo di bestiame ma le soluzioni per evitarlo ci sono, anche senza ricorrere all'abbattimento come si è fatto in passato. Senza contare poi che la presenza di un predatore di questo tipo, al vertice della catena alimentare, aiuterebbe a tenere sotto controllo il numero dei cinghiali, di cui spesso ci si lamenta.» Se alcuni gruppi di animali hanno beneficiato dell'aumento dei boschi, però, ciò non vale automaticamente per tutti. Sono diverse, infatti, le specie che per proliferare hanno bisogno di spazi aperti: è il caso di alcuni uccelli (per esempio lo zigolo giallo) e delle spesso trascurate farfalle, che con ben 125 varietà finora registrate costituiscono uno dei patrimoni naturali dell'Oltrepo. Oltre al lupo è riapparsa nell'alto Oltrepo anche l'aquila reale, mentre pur non essendoci ancora delle segnalazioni certe è assai probabile anche la presenza nelle zone più montagnose e impervie di linci, gatti selvatici e gufi reali, un animale imponente che eretto raggiunge il mezzo metro. I corsi d'acqua di Lomellina e Pavese, purchè non inquinati, potrebbero presto ripopolarsi di lontre: la «regina dei fiumi» è già stata al centro di un progetto di reinserimento del Parco del Ticino negli anni Ottanta e molti segnali indicano prossima la sua ricomparsa. Serena Simula