«Obrist non fugge stop a un reparto per crisi di mercato»
di Roberto Lodigiani wVOGHERA Lo stabilimento Obrist di Voghera resta strategico negli assetti del gruppo industriale che fa capo alla multinazionale Global Closure Systems (Gcs), ma la chiusura del reparto tappi in metallo - con messa in mobilità di diciotto dei circa novanta dipendenti (dei 18, otto lavorano alla logistica e negli uffici) - resta una scelta inevitabile e necessaria, per quanto dolorosa essa sia. Lo precisa Paolo Minardi, amministratore delegato dell'azienda di via Lomellina, un manager che conosce alla perfezione questa realtà produttiva, da lui guidata fin da quando si chiamava Crown Cork e passò anche attraverso la bufera di un'inchiesta giudiziaria per inquinamento acustico. Ecco l'intervista che ci ha rilasciato alla vigilia dell'incontro con le organizzazioni sindacali sull'apertura della procedura di mobilità, nella quale affronta tutte le problematiche sul tappeto. Minardi, perchè la decisione di chiudere il reparto tappi corona? «Credo che sia sotto gli occhi di tutti il progressivo crollo del mercato di questo prodotto iniziato negli anni Ottanta con l'avvento delle bottiglie in plastica. Come già mezzo secolo fa l'allora Crown precorse i tempi iniziando l'attività del tappo corona e mantenendo una leadership in campo nazionale e internazionale, così l'azienda con un'ottima visione strategica ha affiancato negli anni Ottanta l'attività delle chiusure in plastica, che nel tempo avrebbero prevalso in modo determinante sul tappo corona nel mercato delle bibite ed acque minerali. Tale visione – continua l'ad – ha consentito all'azienda di superare la crisi del settore metallo. Cos'è accaduto dopo il passaggio da Crown a Gcs? «Nel 2006 il gruppo americano Crown, che ha 26 stabilimenti, 3.500 dipendenti e oltre 500 milioni di euro di fatturato, ha venduto ad un fondo di private equity francese Pai diventando una multinazionale francese (Gcs) focalizzata sulle chiusure in plastica e Obrist Voghera rimase l'unica realtà di produzione dei tappi corona. Ma da due anni a questa parte la situazione economica di questa attività sta mettendo a rischio la sopravvivenza dell'azienda stessa vanificando gli sforzi del core business. Pertanto la chiusura del reparto è assolutamente necessaria per non compromettere il futuro della Obrist Italia e della stragrande maggioranza dei suoi lavoratori». Si tratta comunque di una decisione irrevocabile? «Più che irrevocabile, direi inevitabile». Il sindacato, però, sostiene che erano percorribili soluzioni alternative alla mobilità, come lo spostamento del personale in esubero in altre parti dello stabilimento. «Mi stupisce questa affermazione. Se chiudiamo un'attività mantenendo i costi, come si può pensare di tagliare le perdite e dare una consistenza strutturale ed un futuro all'attività principale dell'azienda?» Perché la rinuncia al ricorso ad ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione straordinaria? «Il confronto con il sindacato è teso proprio all'individuazione di soluzioni alternative. Oggi non le vediamo ma non ci sottraiamo certo al dialogo». Sempre il sindacato teme che la chiusura del reparto sia il preludio a una progressiva smobilitazione della fabbrica «Al di là delle parole contano i fatti: il gruppo, prima Crown oggi Gcs, ritiene strategico questo stabilimento e ha completa fiducia nel management e nei dipendenti, concedendo ogni anno investimenti importanti. Ne sono previsti di significativi anche per il 2013. Non si vede, dunque, come questa strategia di rafforzamento del "core business" possa essere foriera di chiusura dell'attività, anzi assolutamente il contrario visto che ci troveremo con uno stabilimento con spazi, tecnologie, uomini in grado di supportare una crescita nel core business. Pertanto sono assolutamente convinto che il "problema" di oggi diventerà un'opportunità" per il futuro». Come rispondete all'accusa del sindacato di condotta non corretta in occasione della comunicazione della messa in mobilità dei diciotto dipendenti? «La respingiamo in quanto frutto di informazioni incomplete, oppure di visioni sufficientemente "datate". Nell'azienda c'è sempre stato un rapporto molto diretto tra lavoratori e direzione e proprio per questo contestualmente al comunicato ufficiale alle rsu (tra l'altro presenti alla riunione) ho deciso di dare un'informativa diretta a tutti i dipendenti, guardandoli in faccia come è mia abitudine fare, senza nascondermi dietro un dito o dietro ad una formale lettera consegnata alle istituzioni sindacali.Sinceramente non riesco a vedere una negatività in questo: non abbiamo "snobbato nessuno", anzi abbiamo coinvolto tutti. Sono contento di averlo fatto e lo rifarei e mi stupisce che questa parte dell'organizzazione sindacale, che dovrebbe garantire un contatto diretto con i lavoratori, non possa apprezzare tale tipo di approccio». ©RIPRODUZIONE RISERVATA