AL NORD IL DECLINO DELLA LEGA
di FRANCESCO JORI Grillo riesce al primo colpo dove il centrosinistra fallisce da sempre. Sopra il Po, Pd e alleati, come i loro predecessori, continuano a rimanere subalterni al centrodestra. Il quale peraltro si vede travolgere dal ciclone 5 Stelle, che diventa il primo partito dovunque con la sola eccezione della Lombardia: spaziando dal boom della Liguria dove sfonda quota 30 per cento, a un livello attorno al 25 per cento in Veneto e Piemonte. Sia al Senato che alla Camera, il Lombardo-Veneto si conferma l'inviolabile cassaforte del forzaleghismo: perfino ora in cui quest'ultimo perde vistosamente terreno sia rispetto alle politiche del 2008 che alle regionali di tre anni fa. Il centrosinistra lotta sul filo alle due estremità, Friuli-Venezia Giulia a est e Piemonte a ovest. Ma il risultato che conta, specie nella ripartizione dei seggi al Senato, è quello che matura sull'asse Milano-Venezia. Dove neanche un autentico tracollo del Carroccio riesce a spianare la strada alle truppe di Bersani, alla faccia del ventilato sorpasso. A prima vista, l'atlante del Nord propone la mappa di una società più esasperata che rassegnata. Lo testimonia l'affluenza alle urne che, pure in calo rispetto al 2008, si è rivelata decisamente più alta rispetto al Centro-Sud. Una variante, in qualche modo, degli "indignados" spagnoli che avevano esordito alle amministrative del 2011: se tra 2008 e 2010 l'elettorato aveva investito in modo massiccio sul centrodestra, spingendo in particolare la Lega a una percentuale a due cifre, oggi è rifluito in massa su Grillo, utilizzando la scheda come un avviso di sfratto. Il Pdl arranca intorno a uno stentato 20-21 per cento, con la punta più bassa in Veneto dove sfiora a stento il 19: unico motivo di consolazione, in quest'ultima regione, il controsorpasso sul Carroccio, da cui era stato affiancato alle europee 2009 e superato in tronco alle regionali dell'anno successivo. Ma è un risultato conseguito al ribasso: in discesa il Pdl, in caduta libera una Lega sprofondata dal 35 per cento di tre anni fa all'11 attuale; frana più evidente che altrove a Treviso, diventata nel 2010 la provincia più verde d'Italia con oltre il 48 per cento, e oggi schiantatasi al 14. Ha retto meglio la Lombardia grazie all'effetto-Maroni candidato in Regione, viaggiando al 14; ma altrove si è ridotta a una magra percentuale a una cifra, compreso quel Piemonte di cui pure detiene la guida. Il boom di Grillo e le perdite del centrodestra rendono ancora più vistosa la sconfitta al Nord di un Pd in controtendenza rispetto al dato nazionale. Sopra il Po, il partito di Bersani oscilla tra il 21 e il 26 per cento, con la sola eccezione della piccola Liguria dove sfiora il 30; e ancora una volta il Veneto fa da fanalino di coda, pur riuscendo a recuperare qualche punticino rispetto al desolante esito delle ultime regionali, dove si era fermato al 20. Né può consolarsi per aver drasticamente ridotto l'abissale scarto che lo separava dal centrodestra in tutte le precedenti consultazioni: è stato demerito degli avversari molto più che merito proprio. Un po' meno amaro il boccone che ha dovuto digerire Monti, riuscito a incassare risultati più corposi rispetto al resto d'Italia, con una punta del 12 al Senato nel Friuli-Venezia Giulia. Ma è un esito che ha letteralmente dissanguato soprattutto l'Udc di Casini, precipitato dovunque al Nord sotto il 2 per cento; quanto a Fini, ha fatto da pura comparsa. Alla fine, la vecchia e irrisolta questione settentrionale rimane più che mai sul tappeto, autentica mina vagante a rischio di scoppio. A Bossi, a suo tempo, c'erano voluti una decina d'anni per arrivare al 10 per cento. A Grillo ne è bastato uno per incassare due volte e mezzo tanto: anche stavolta la politica continuerà a non capire? ©RIPRODUZIONE RISERVATA