«Parto dai piccioni per raccontare la vita degli ultimi»

BORGARELLO "L'uomo che amava i piccioni" di Francesco Mastrandrea, sceneggiatore, attore e regista pavese di origini siciliane, è uno spettacolo che gira in tutta Italia da più di quindici anni, scritto a quattro mani con Loredana Scaramella e che va in scena questa sera alle 21 al Teatro della Luce (via Principale 22, biglietti 6 euro, info e prenotazioni al numero 342.7612433). Diversità, sentimento di repulsione verso ciò che "sporca", "dà fastidio" ed è "invadente", e infine una riflessione sulla vera distanza tra l'uomo e il piccione, sono i cardini sui quali Mastrandrea fonda il suo acclamato e longevo spettacolo. «Alla base del testo c'è l'assimilazione tra la diversità di alcuni esseri umani e il mondo dei piccioni – spiega l'attore - Perché i piccioni non hanno nulla di gradevole: sono goffi, lordi ed emettono suoni sgradevoli e fastidiosi, imbrattano e corrodono tutto quello che li circonda. E poi non sanno cantare e con le loro piume non si possono riempire materassi o piumini». Eppure da questa constatazione nasce una riflessione, qual è? «Nonostante tutto, questi pennuti che condividono con noi gli spazi delle nostre città attirano l'attenzione di anziani, bambini, emarginati e solitari. E questo l'ho visto con i miei occhi. Nel mio peregrinare, vedendo persone e anche parlando con loro, ho notato che intorno ai piccioni si coagulano sempre personaggi un po' strani: per lo più sono persone sole, che con i piccioni trovano una loro sintonia». Questo percorso di riflessione come avviene sul palcoscenico? «Mi faccio delle domande, ad esempio: a cosa servono i piccioni? Perché sono stati creati? E poi attraverso il racconto della storia di Gioachino Botero, "settimo figlio illegittimo di un acrobata del Circo Imperiale del Cile e di una nana, stiratrice di Gravellona Lomellina...". Quanti personaggi ci sono in scena? «Molti, ma tutti nella stessa persona, che poi sono io. In tutti i miei spettacoli porto sempre in giro un intero condominio di personaggi, tutti diversi, tanto che spesso diventa difficile andare d'accordo. E qui penserà che rasento la pazzia». Le piace giocare nei suoi spettacoli? «Moltissimo, quella del gioco per me è una dimensione che va di pari passo con il teatro. Le faccio un esempio legato a un altro artista che a Pavia conoscete bene, Andrea Valente: con lui lavoro dal 2004, anche se ci conosciamo da molto prima, e portiamo in giro uno spettacolo che si chiama "L'incredibile, avventurosa vita della Pecora Nera, narrata da lei medesima". E' una storia del mondo vista da un insolito punto di vista, in cui diamo voce a alle "pecore nere dell'umanità" e nel farlo ci divertiamo moltissimo». (m.pizz.)