IL CORAGGIO DI UN UOMO INTROVERSO

di ANDREA SARUBBI Quello di Joseph Ratzinger non è stato un pontificato semplice da raccontare, per i giornalisti televisivi. Giovanni Paolo II, per esempio, le notizie le faceva anche da muto: con i gesti, i sorrisi, gli sguardi, gli abbracci, le smorfie di sofferenza. Bastava accendere la telecamera, dicevano i registi addetti ai lavori, e il resto veniva da sé. Benedetto XVI è stato l'opposto: una manna per gli intellettuali, i filosofi, i teologi, con quelle encicliche dense di contenuti e di spunti, ma televisivamente ostico, a volte perfino impacciato. E non per scelta, ma per indole: l'importanza di una comunicazione generalista, per i non addetti ai lavori, gli è sempre stata chiarissima, tanto che il venerdì santo del 2011 accettò di farsi intervistare da Raiuno; ma chi cercava nei suoi discorsi o nelle sue risposte la frase da titolo, possibilmente da rapportare all'attualità politica, restava regolarmente deluso. E così, in questi otto anni, si è fatta strada l'impressione di un Papa rivolto ad intra, alla comunità dei credenti, in contrapposizione con lo stile estroverso - ovvero tutto proiettato all'esterno - di Karol Wojtyla. Per dirla con il Vangelo, il Pontefice polacco è il Pietro pescatore di uomini; quello tedesco è lo stesso Pietro che "conferma i fratelli nella fede": figure entrambe necessarie nella Chiesa di oggi, soprattutto in un contesto così complicato. Nel 2005, lo ammetto, speravo nell'elezione del cardinale Martini: ero cresciuto con i suoi libri, con le sue meditazioni agli Esercizi spirituali, con la sua visione del Vangelo allo stesso tempo radicale e contemporanea. Arrivò Ratzinger, e inizialmente pensai - come molti - a un Papa di assestamento, dopo il terremoto di Giovanni Paolo II. Ma era una lettura pigra, che non teneva conto del coraggio di Benedetto XVI nei due ambiti più importanti: da un lato, la determinazione nel voler ripulire la Chiesa da quella sporcizia che egli stesso, ancora cardinale, aveva denunciato nel testo della via Crucis 2005 al Colosseo; dall'altro, la denuncia delle storture di un'economia basata esclusivamente sul profitto, attraverso un'enciclica - la Caritas in veritate - che profetizza un modello nuovo di sviluppo, basato sul restituire dignità all'uomo che l'ha persa. È stato un Papa per intellettuali e per addetti ai lavori? Forse sì, ma non solo. Uno dei miei ricordi più belli, ad esempio, riguarda l'incontro che Ratzinger tenne in piazza San Pietro nell'ottobre 2005, con i bambini della Prima comunione: per la Rai lo raccontavo io, piuttosto preoccupato di trovarmi di fronte a meditazioni troppo complicate in un contesto del genere. Un bambino gli manifestò qualche dubbio sulla presenza di un Dio invisibile, e Benedetto XVI - che aveva davanti un microfono - tirò fuori la metafora della corrente elettrica, per spiegare (come la volpe al Piccolo principe di Saint-Exupéry) che le cose più importanti della vita spesso non sono visibili agli occhi, eppure riusciamo a vederne gli effetti. Un altro ricordo particolare ce l'ho a Loreto, nel 2007. Presentavo l'incontro nazionale del Papa con i giovani, e ne facevo anche la telecronaca: alla fine gli organizzatori avevano la possibilità di incontrarlo privatamente, ma - siccome la diretta Rai era andata per le lunghe - io rimasi sul palco a commentare ancora per una ventina di minuti, dopodiché, pensando che fosse andato via, me ne tornai in albergo, facendo una delle figure peggiori della mia vita. La scoprii qualche tempo dopo, accendendo il telefonino: almeno dieci persone mi informavano che c'era un signore vestito di bianco rimasto dietro al palco, ad aspettare "il dottor Sarubbi" per salutarlo, e io - senza rendermene conto - avevo appena dato buca al Papa. ©RIPRODUZIONE RISERVATA