L'Italia stavolta vuol stupire
di Fabrizio Zupo Sarà il 2013 l'anno della svolta del rugby azzurro? Domenica all'Olimpico, 24 ore dopo Galles-Irlanda e Inghilterra-Scozia che domani danno il via al Sei nazioni, l'Italia misurerà le proprie ambizioni contro i bleus. E francese è il ct Jacques Brunel che ha cambiato mentalità degli azzurri con la parola d'ordine: "osare" facendoli giocare alla pari con quelli dell'emisfero Sud. Una vittoria non basta. Ora l'Italia vuol stupire e la solita vittoria sulla Scozia scaccia-cucchiaio di legno non basta. Nove vittorie (8 in casa) e un pari esterno su 65 incontri distesi su 13 edizioni – seppur poche – hanno tenuto vivo l'entusiasmo per il rugby con 85 anni di storia ma scoperta recente del grande pubblico. Fluttuare fra 5º e 6º posto, con un piccolo acuto al quarto nel 2007 quando siamo stati in gioco per il titolo, non può essere un obiettivo. Il pubblico c'è e se risponde così quando gli azzurri perdono, che succederà quando Parisse e compagni faranno della vittoria un possibile compagno di strada? La regole del 3. Il torneo sportivo più antico al mondo quando è nell'anno con il 3 finale, fa i conti con la sua storia perché un'altra decade inizia. Il 2013. A 190 anni dal 1823 quando questo gioco venne concepito nel collegio di Rugby nelle Midlands inglesi, a 130 da quando l'International championship è cominciato nel 1883; a soli a 20 da quando c'è una vera coppa da alzare e, non solo i giornali, hanno iniziato a stilare la classifica ufficiale che, in caso di parità, dica chi l'ha spuntata eliminando gli ex-aequo dall'albo d'oro. Come nel caso limite del 1973 quando il Cinque nazioni con partite pari da disputare permise con due vittorie a testa l'ex-aequo collettivo. Il 2013 forse passerà come l'anno dell'ultima classifica a classico sistema 2-1-0 introducendo il 4-2-0 più il punto di bonus per chi vince segnando 4 mete e per chi perde con 7 o meno di scarto. Il 2013 è l'anno della selezione dei Lions di nuovo in tour. La svolta del 2007. Ma dal 2000 il torneo, nato quando i nonni dei nonni di questa generazione di giocatori hanno disputato la prima partita, si chiama Sei nazioni. Perché c'è l'Italia e domenica l'azzurro colorerà gli spalti dell'Olimpico di Roma coi suoi 60mila e rotti spettatori capaci di sfrattare il calcio della capitale al venerdì. Con Totti e De Rossi testimonial dell'evento. Un altro record mai immaginato nel 2000 quando anche il Flaminio con i suoi 20mila posti sembrava troppo. La svolta nel 2007 con la prima vittoria esterna in Scozia, il glamour dei Bergamasco brothers e l'accorgersi di uno sport che si gode mischiati con i tifosi avversari, nei giorni del calcio squassato dall'omicidio Raciti e dalla Juve in B per infamia sportiva. Rugby mania. Da lì il boom. E se nel 2012 la Fir ha incassato con due match 4,1 milioni di euro, Roma città ne ha raccolti 20 dall'indotto. Il Sei nazioni è lo spin-off di successo di un serial che in 130 anni e 112 edizioni s'è fermato solo al passaggio della "Storia": stop nei due lustri delle Guerre mondiali; ritardi nel 2001 per l'epidemia di afta epizootica. Mai completato nel 1972 dopo i morti del 30 gennaio a Derry quando i militari inglesi spararono alla folla lasciando 14 giovani a terra: la "Bloody Sunday bloody" cantata dagli U2. Scozia e Galles che con l'Irlanda dividono il gaelico come lingua, avevano però i propri giovani nell'esercito britannico e non vollero giocare a Dublino. Ma qual è il fascino del rugby? Ci aiuta Willie McBride, ex capitano dei Lions: «Il rugby è trenta persone che rincorrono un sacco di vento». ©RIPRODUZIONE RISERVATA