Antonveneta e Banca 121 così iniziò il tracollo

di Carlo Bartoli wFIRENZE Come può una banca che appena cinque anni fa chiudeva il bilancio con 1,5 miliardi di utile finire sull'orlo del baratro? Solo con la somma algebrica del rosso accumulato nei primi 9 mesi del 2012 con la perdita che si riverserà sui bilanci per effetto dei derivati fantasma Santorini e Alexandria, il Monte si avvia a perdere nel 2012 non meno di 2 miliardi di euro a cui vanno ad aggiungersi i 4,7 di perdita del 2011. Insipienza, manie di grandezza, commistione tra politica e finanza sono gli ingredienti che in pochi anni hanno messo in ginocchio una banca che distribuiva utili a valanga. Galeotta, nell'azzoppare il Monte come un cavallo scosso al Palio, fu l'Antonveneta. E con essa l'ambizione di acquistare una banca pagandola cinque volte il proprio patrimonio per trasformare un grosso istituto di credito regionale nella terza banca d'Italia. Su quell'acquisizione, avvenuta nel 2007, quando Giuseppe Mussari era già alla guida del Monte da un biennio, ha aperto un'inchiesta nella primavera scorsa la Procura di Siena, ma sulle scrivanie dei pm continuano ad affluire nuovi documenti, come il dossier su Alexandria, il contratto segreto siglato con Nomura e custodito in una cassaforte di Rocca Salimbeni. Ma le prove tecniche di distruzione del patrimonio di una banca erano iniziate prima, nel 1999. Quell'anno, infatti, il Monte acquistò Banca 121: la testimonial era Sharon Stone e l'istituto veniva confidenzialmente ribattezzato one-two-one, come se il Salento fosse a due passi dalla California. La disponibilità ad accontentare padrini e referenti politici che ha tradito il Monte dei Paschi inizia allora, con Banca 121, venduta a peso d'oro da un gruppo di famiglie pugliesi al Monte. Banca 121 doveva essere la prima banca telematica d'Italia; in realtà si rivelò il primo passo falso del Monte che si ritrovò a gestire una banca che aveva inventato i famigerati 4you e My way, dei Pac, ossia dei piani di accumulo che in realtà determinavano l'indebitamento (a loro insaputa) dei risparmiatori. All'epoca, c'è chi attribuì all'influenza di Massimo D'Alema la responsabilità dell'operazione, fatto sta che il caso Banca 121 non è stato di lezione. A Siena, ormai, si era iniziato a ragionare in grande e attorno alla magnifica preda del Monte, all'epoca interamente controllato dagli enti locali, la guerra di potere era senza esclusione dei colpi. Nel 2001 la svolta negli equilibri: l'astro nascente Franco Ceccuzzi per far fuori il potente sindaco Pierluigi Piccini si allea a sorpresa con Giuseppe Mussari che di Piccini era fedele alleato. Mussari viene così catapultato alla guida della Fondazione e a Siena si instaura la triarchia delle tre Ce: Franco Ceccuzzi (segretario del partito e poi parlamentare), Fabio Ceccherini (presidente della Provincia) e Maurizio Cenni (sindaco di Siena). Su di loro vegliano dall'alto i grandi padrini Luigi Berlinguer, Giuliano Amato, Franco Bassanini e, soprattutto, il lìder maximo Massimo D'Alema. Delle tre Ce, però, solo Ceccuzzi rimane in sella e diventa il vero uomo forte di Siena; accanto a lui, cementato da un patto che solo gli ultimi disastri hanno fatto evaporare, Giuseppe Mussari che dalla guida della ricchissima Fondazione passa nell'aprile 2006 alla presidenza della banca. Posizioni che gli permettono di contribuire con 700mila euro alle campagne elettorali del Pd senese. Passa appena un anno e il Monte acquista l'Antonveneta per oltre 9 miliardi di euro, concedendo al Banco di Santander che l'aveva rilevata pochi mesi prima una plusvalenza da capogiro pari a 2,7 miliardi di euro. Due aumenti di capitale, per un totale di oltre 7 milioni di euro non bastano, la banca continua a perdere redditività e scommette sui titoli di Stato italiani rischiando l'indigestione arrivando a possederne 22 miliardi, una cifra totalmente fuori scala rispetto alle medie del sistema. Una decisione che finirà per moltiplicare i problemi anziché risolverli. Nel frattempo, la bulimia senese non si placa e il Monte acquista anche una partecipazione importante in Intesa San Paolo che inizierà presto a generare importanti minusvalenze per tamponare le quali scatta una prima disastrosa operazioni sui derivati denominata Santorini a cui segue nel 2009 un'altra: l'operazione Alexandria che genererà una perdita di almeno 220 milioni sul bilancio 2012. A fine 2011, quando la frittata è ormai fatta, si sveglia Bankitalia e impone un amministratore delegato, Fabrizio Viola, incaricato di fare pulizia nei bilanci e a Mussari di passare la mano di lì a pochi mesi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA