Tre anni per la truffa telefonica agli anziani

di Maria Grazia Piccaluga wPAVIA Tre anni e 11 mesi di reclusione e una multa di 1500 euro per sette truffe, sei riuscite e una sventata, ai danni di anziani. Ma ieri Daniel Lakatosz, polacco di 38 anni, non era in aula. E' irreperibile dal giorno in cui gli agenti della squadra mobile di Pavia hanno chiuso il cerchio attorno a lui e ad alcuni presunti complici al termine di una complessa e faticosa indagine, fatta di intercettazioni e verifiche incrociate. Assolta invece Ursula Sabo, 28 anni, una rom residente in un campo nomadi di Novara. Sono cadute per lei le accuse di truffa e associazione per delinquere. La truffa correva sul filo del telefono, uno dei tanti stratagemmi messi in atto dai truffatori di anziani. L'organizzazione di cui Lakatosz faceva parte aveva un clichè collaudato: la vittima veniva scelta dall'elenco del telefono di una città, che cambiava di volta in volta. Se dall'altro capo del filo rispondeva una persona anziana scattava la trappola. Con poche domande ben studiate la truffatrice si fingeva nipote o parente dell'anziano. Riusciva a carpirne il nome e qualche informazione preziosa che poi utilizzava ad arte nel corso della conversazione. Raccontava una storia, dicendo di essere in difficoltà e di aver bisogno urgentemente di soldi. Se l'anziano abboccava la truffatrice avvertiva che avrebbe mandato un'amica a ritirare il denaro nella stessa giornata. E il gioco era fatto. Ci sono cascati in sei. Ma al settimo tentativo la complice (una minorenne) è caduta nella trappola della polizia. Da tempo la squadra mobile riceveva segnalazioni da cittadini che ricevevano le strane telefonate. Ed erano allarmati. Un'organizzazione ben articolata, quella di cui faceva parte il polacco, che si muoveva usando utenze telefoniche italiane e straniere. E utilizzandole solo per le chiamate agli anziani o per comunicare tra complici. Lakatosz però ha commesso due errori che hanno permesso alla polizia di identificarlo. Ha utilizzato il suo telefono personale e non quello "di lavoro" per chiamare il radiotaxi, il 20 ottobre 2010 dopo un tentativo di truffa. E con lo stesso cellulare pochi giorni dopo ha prenotato una visita al Niguarda di Milano per suo figlio. Una leggerezza che gli è costata cara. La polizia ha incrociato i dati ed è stato identificato. Gli indizi raccolti a carico di Ursula Sabo, soprannominata Tania, non sono bastati invece a convincere il collegio giudicante (Cesare Beretta, Pietro Balduzzi e Luigi Riganti) della sua colpevolezza. «Ora è libera, tuttavia dopo aver trascorso 8 mesi di custodia cautelare in carcere» fa notare il suo difensore, l'avvocato William Voarino di Torino. Per lei la Procura aveva chiesto la cndanna a 3 anni.