Il contributo degli illuministi allo Stato

PAVIA S'intitola "Gli Illuministi e lo Stato. I modelli politici fra utopia e riforma" (Ibis, 2012), il libro del professor Gianni Francioni dell'Università di Pavia, che sarà presentato oggi alle 18 al collegio Ghislieri (aula Goldoniana), con interventi dell'autore, di Lorenzo Bianchi (Università di Napoli l'Orientale) e di Salvatore Veca (Iuss Pavia). Ordinario di Storia della filosofia e prorettore per la didattica, Francioni pone al centro dell'attenzione, le correnti di pensiero sull'idea di Stato, nel dibattito politico della seconda metà del Settecento. «La discussione si alimenta di contributi decisivi da parte dei filosofi impegnati a elaborare un'idea di Stato che garantisca la pubblica felicità – spiega Francioni – Muovendo dall' "Esprit des lois" di Montesquieu, del 1748, e arrivando alle soglie della Rivoluzione Francese, ripercorro la varietà di soluzioni proposte dagli intellettuali del tempo, quando quasi ovunque in Europa c'è la monarchia assoluta». Quali sono le posizioni? «In particolare sono tre: alle prospettive moderate di coloro che propongono di addolcire e mitigare la forma della monarchia assoluta con le riforme e la collaborazione di filosofi e intellettuali al potere, senza però porre il principio di un Parlamento, si contrappongono la posizione più critica, che addita la monarchia assoluta come forma di dispotismo e auspica forme di governo costituzionali, con un Parlamento ed elezioni dal basso, e il pensiero repubblicano, che trova il suo massimo esponente in Jean-Jacques Rousseau». Come si sviluppa il dibattito nei vari stati? «In Francia è molto aspro, non a caso la Rivoluzione scoppierà proprio lì; in Italia Pietro Verri e Cesare Beccaria evolvono dall'appoggio alla monarchia al Costituzionalismo; in Inghilterra è un'altra storia ancora, perché lì la monarchia costituzionale c'è già, con le due camere al Parlamento, e in molti casi viene indicata come modello da seguire». Qual è la riflessione rispetto al presente? «La cosa più evidente è che nel Settecento la riforma dello Stato è certamente una questione di ministri e uomini politici, ma anche gli intellettuali riescono ad influenzare riforme ed opinione pubblica: Beccaria, che con il suo "Dei delitti e delle pene" mette al centro dell'attenzione la questione della pena di morte e qualche tempo dopo alcuni stati iniziano ad abolirla. Ora la cesura tra vita politica e vita intellettuale è molto più marcata». (m. piz.)