Droga, chiesti 7 anni per il carabiniere

di Maria Fiore wPAVIA «La difesa ha sempre parlato di un "gesto dimostrativo". Ma questa spiegazione non può bastare ad alleggerire la gravità del fatto, che lo stesso imputato ha confessato di avere commesso». Il pubblico ministero Paolo Mazza, in quasi un'ora e mezza di requisitoria, ha ripercorso la vicenda e elencato le ragioni della sua richiesta: 7 anni di carcere per il maresciallo dei carabinieri Alfredo Morganella, arrestato ad aprile del 2011 con l'accusa di avere sottratto 26 chili di hashish, sequestrati in una precedente operazione, dalla caserma di San Pietro in Ciel d'Oro a Pavia. Ieri pomeriggio era attesa la sentenza, ma c'è stato solo il tempo della richiesta del pubblico ministero e della conclusione della parte civile: l'avvocato Maurizio Sorisi, che rappresenta gli interessi del comandante del Radiomobile Francesco Mastrorillo, che figura come parte offesa nel processo, ha chiesto 90 euro di danni morali ed esistenziali a causa delle indagini che interessarono il suo reparto. L'arringa dell'avvocato difensore Orietta Stella è stata troncata a metà, per ragioni di tempo. Il giudice Pietro Balduzzi ha poi rinviato l'udienza a martedì prossimo, per consentire la prosecuzione dell'arringa, dare spazio a eventuali repliche e poi chiudersi in camera di consiglio per la sentenza. Per Morganella, che deve rispondere di avere sottratto un bene sottoposto a custodia e di detenzione di sostanza stupefacente ai fini di spaccio, il pubblico ministero Valli ha chiesto anche la condanna al pagamento di una multa di 28mila euro. La sua requisitoria ha consentito poi di ricostruire, dal punto di vista dell'accusa, la vicenda. Dalla sparizione dei 26 chili di hashish, a metà aprile, fino all'avvio delle indagini e alla confessione dello stesso imputato, che si presentò dal magistrato e fece le sue ammissioni, spiegando il suo gesto come «protesta estrema» contro un superiore. «Ma con i superiori possono anche esserci divergenze di vedute e incomprensioni – ha dichiarato Mazza –. Questo non giustifica in alcun modo il comportamento dell'imputato. La sua rabbia è sfociata in un gesto del tutto assurdo e ingiustificabile». Lo stesso Morganella, forse rendendosi conto della situazione, aveva ammesso i fatti, recandosi spontaneamente in procura proprio nel mezzo delle indagini. La sua confessione aveva consentito di recuperare la droga, che era stata in parte fatta ritrovare in un bagno della stessa caserma e in parte in un bosco a Carbonara. «Ma all'appello mancavano due chili, che non sono mai stati ritrovati – ha spiegato Mazza nella requisitoria –. Su questa lacuna l'imputato ha dato spiegazioni contraddittorie e fumose, dicendo di avere buttato la droga nel Po». Ora tocca alla difesa provare a smontare le accuse. @mariafiore3 ©RIPRODUZIONE RISERVATA